Mani che sfiorano,
piedi forati,
membrane lacerate.
Volti raggiunti
da fonti rauche
e da indicibili belati.

Un dolore,
per sentirsi troppo simile,
troppo diversa da altri.
Un gaudio
per gestire scoppi diversi
e paralizzare tiepidi silenzi.

La notte, possibilità
di ricapitolarsi in fughe donate.
Il giorno, palcoscenico
plateale del bisogno di un’ombra.

E l’alba, attesa di comprendere
il perché di quei fori,
di quei piedi bagnati
da un sole vacante.