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	<title>Amarilli &#187; Amarilli</title>
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	<description>La poesia del cuore</description>
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		<title>La Madonna della Tenerezza</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Dec 2017 06:36:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Visioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Mi sono imbattuta in questi giorni “casualmente” in una particolare immagine di Madonna della Tenerezza, attribuita ad Andrea Mantegna, e ormai universalmente riconosciuta come opera &#8230;</p>
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<p>Mi sono imbattuta in questi giorni “casualmente” in una particolare immagine di Madonna della Tenerezza, attribuita ad Andrea Mantegna, e ormai universalmente riconosciuta come opera autentica di quello che possiamo senz’altro definire uno dei più grandi rappresentanti dell’arte italiana del Quattrocento.<br />
E, come spesso avviene, questa immagine, con una storia molto particolare, mi ha portato a fare alcune considerazioni sul Natale ormai imminente. Come può accadere quando si conosce una persona nuova, che emerga una certa curiosità sulle sue origini, e sulla sua appartenenza, questo può avvenire anche per un’opera d’arte perchè , anche in questo caso, saperne di più fa luce sul profondo significato iconografico e stilistico che essa può avere. Quest’opera dunque, appartenente da sempre a collezioni private, ha avuto un lungo iter nei secoli da un collezionista all’altro fino a giungere al dono di una esposizione perenne al pubblico, da parte dell’attuale proprietario, al Museo Civico Eremitani di Padova nel 2006. L&#8217;hanno chiamata la «Madonna della tenerezza», per la suggestiva bellezza e l’incanto che promana dalla dolcezza di gesti tra la Madonna e il Bambino i quali, in un delicatissimo abbraccio, vivono entrambi di uno struggente momento “guancia a guancia” dove pelle su pelle avviene un contatto di anime che incomparabile per intensità espressa. La storia di questo dipinto poi, come si evince da un carteggio d’epoca di ormai certa attribuzione al 1491, è quella di un secondo dono riparatore che il Mantegna stesso fa al suo Marchese Francesco Gonzaga, dopo che quest’ultimo ha regalato ai Signori di Milano la prima “Madonna della tenerezza” che già il pittore gli aveva dipinto. E’ così che il Mantegna stesso scrive di un &#8220;quadretino&#8221; che veniva presentato al Gonzaga il 21 dicembre 1491 e che si deve con tutta probabilità  identificare la Madonna della tenerezza. “Quadretino” di appena 20 cm di lato, questa Madonna con bambino esce dalla pergamena finissima con una tecnica a sbalzo di straordinaria forza plastica, ma in realtà è un disegno a punta d&#8217;argento con lumeggiature d&#8217;oro e il fondo è dipinto a tempera a colla e oro. Stilisticamente balza agli occhi la differenza cromatica tra figura e sfondo, la prima monocromatico e quasi marmoreo complesso  nel suo chiaroscuro curatissimo, il secondo paesaggio colorato e realistico nella sua volontà archeologica evocativa (una sorta di trompe-l&#8217;œil dove si riconoscono l’Arco dei Gavi, il Colosseo e un sarcofago allora in Santa Maria Maggiore a Roma (nel 1491 Mantegna era da poco tornato a Mantova dal soggiorno romano). Sappiamo bene che la passione per il trompe-l&#8217;œil non è nuova nel nostro artista, che ne viene quasi considerato l’inventore nel Rinascimento italiano, con celebri esempi come l’occhio in alto nella Camera Picta degli Sposi per la Corte dei Gonzaga a Mantova, dove un occhiello di cielo azzurrissimo sfonda la parete e vede affacciarsi come ad un balcone dame di corte e perfino un moro col turbante… Cosa vuole dirci in questo caso dunque questa volontà illusionistica del pittore, che mette dietro alla sua “tenera” Madonna delle rovine romane? Significa che ci troviamo davanti ad una statua eternata nel suo valore evocativo, la quale si inserisce in una storia di “bellezza e tradizione” antiche? O piuttosto la volontà di contrappore ciò che di più realistico il Mantegna ami e conosca (si pensi al suo entusiasmo per le rovine di epoca classica romana e di come fossero materia di nutrimento artistico per tanti artisti dell’umanesimo italiano e non solo…), affiancando per opposto rovine che dicono vita reale passata e ora di nuovo presente (e qui usa colore) ad il monocolore invece del complesso simil-marmoreo che eterna il valore, non solo religioso, della Maternità di Maria, ma del suo messaggio: la sacra maternità di Maria riassunta nella tenerezza di un abbraccio al suo piccolo appena nato. Ogni madre infatti che ne abbia fatto l’esperienza, conosce bene l’inesprimibile tenerezza del primo contatto col bimbo appena nato che le viene posto tra le braccia per la prima volta. Altra icona della tenerezza, penso, sarebbe stata forse diffcile da trovare, anche per il Mantegna. E qui mi pare evidente un’assonanza col momento del Natale, certamente di non molto precedente a quell’abbraccio che il pittore raffigura così bene: Gesù nasce e, come ogni madre, Maria se lo porta al seno e gli avvicina la guancia per ritrovare quel contatto estremo che solo il portarlo dentro nove mesi sembrava darle prima. Umano, umanissimo gesto, se vogliamo molto comune per la donna, di sempre… Il Natale dunque, colto qui in questa sequenza cronologica che mi piace pensare immediatamente successiva allo sforzo faticoso della nascita come una sorta di gioia “riparatrice” del dolore provato, emerge ancora per noi rappresentato come un simbolo reso in “altro colore” pur nei tratti estremamente realistici dei contorni (i bei visi curati, i piedini paffuti del Bimbo, il panneggio credibile del manto… posture delicate ma verosimili…). Ma se è simbolo per Mantegna di tenerezza, di cosa è rimasto simbolo nel nostro tempo, in cui tanto potremmo dire di vero, ma anche di trito e ritrito, sullo svuotamento del senso religioso cristiano sia per un presunto rispetto di altri credi religiosi accanto a noi o per la laicizzazione consumistica di questa festa tutta “occidentale” ormai?<br />
Io ho provato a rispondere, sostituendo la parola “simbolo” con quella di “icona, immagine”, perché per un credente la celebrazione massima dell’Incarnazione di Dio per amore non può essere ridotta ad una simbologia immateriale e, affermarlo, suona quasi come una sorta di bestemmia “teologica”. Eppure il Natale per me, oggi, rimane come scomoda e trasgressiva immagine di fragilità assunta e accolta fino in fondo per amore!<br />
Se esiste lo scandalo della Croce, di un Dio che accetta di morire per amore come l’ultimo dei malfattori, è esistito prima lo scandalo di un Dio che nasce esposto a mille pericoli, dopo un lungo viaggio, con tanti disagi, ma soprattutto con una fragilità umana che subito viene adorata, da pastori e Magi… Ed è qui lo scandalo che noi cristiani non dobbiamo aver paura di gridare, perché il nostro mondo ce lo vuole rubare addolcendo il messaggio e  trasformando questa festa nella saga sdolcinata dei buoni sentimenti (per il mondo che vuole laicizzarla a tutti i costi) o nella festa di annacquati valori condivisi che non sono più ben identificabili ( per un millantato dialogo “interreligioso” che, non essendo vero, non porta a nulla!),<br />
Il Natale qui sa di vita, come per il Mantegna sa di vita il suo tenero abbraccio monocromatico su sfondo realistico… Insomma il Mantegna sembra dirci: aggiungiamo quella della tenerezza alle tante statue bellissime del nostro repertorio classico, per farne un caposaldo culturale, prima che religioso… Tutti possiamo essere teneri così, sembra gridare questo quadro! Io aggiungerei: tutti noi possiamo essere fragili così, e per questo iniziare ad integrare il nostro limite, non per bypassarlo o sublimarlo stordendoci di lustrini e lucine, ma capendo che possiamo esserne fieri perché per primo Gesù, nato a Betlemme tanti anni fa, si è fatto fragile per farci forti… E mi piace chiudere con una frase colta in una conferenza di Enzo Bianchi ascoltata molti anni fa: “State attenti a non andare verso il povero in quanto povero, ma in quanto uomo”! L’augurio dunque in questo Natale sia quello di ricordarci che Dio è venuto a noi “poveri” uomini, in quanto uomini e non in quanto poveri. Siamo fieri, dunque, della nostra povera, tenera fragilità!<br />
Buon Natale!</p>
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		<title>La danza delle sedie</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Dec 2017 13:57:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e corpo]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Volano, le sedie, nel mio pensiero stanco che osserva fiacco dal basso verso l&#8217;alto e trasfigura piòli in tanti pungoli, capaci a tratti di rovinarmi &#8230;</p>
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<p>Volano,<br />
le sedie,<br />
nel mio pensiero stanco<br />
che osserva fiacco<br />
dal basso verso l&#8217;alto<br />
e trasfigura<br />
piòli in tanti pungoli,<br />
capaci a tratti<br />
di rovinarmi il cuore. </p>
<p>Danzano,<br />
le sedie,<br />
poggiate al pavimento<br />
grazie al mio peso<br />
che le riporta a terra<br />
e chiede ai corpi<br />
ancora un nuovo tocco<br />
che sappia dare<br />
a piòli e poggiabraccia<br />
l&#8217;onore grande<br />
di gambe in una danza,<br />
contatto pieno<br />
che ci fa famiglia,<br />
gioco del Noi<br />
che abbiamo ritrovato!</p>
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		<title>TUTTO QUELLO CHE AVEVA&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Nov 2017 05:50:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e fede]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Due monetine gettate nel tesoro e si consuma una vita d&#8217;esclusione in quell&#8217;offerta che è fatta d&#8217;Assoluto di chi ha compreso il senso di un &#8230;</p>
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<p>Due monetine gettate nel tesoro<br />
e si consuma una vita d&#8217;esclusione<br />
in quell&#8217;offerta<br />
che è fatta d&#8217;Assoluto<br />
di chi ha compreso<br />
il senso di un regalo:<br />
un darsi tutta<br />
che non ha più vergogna<br />
d&#8217;essere priva<br />
anche del necessario. </p>
<p>Conosce il cuore<br />
di Chi sa il suo valore<br />
di donna offesa<br />
che non ha più rancore,<br />
ma solo spinta<br />
ad essere conforto<br />
per chi non ha<br />
nemmeno due monete&#8230;</p>
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		<item>
		<title>Marta e Maria</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Oct 2017 05:10:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e fede]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sei stato invitato, la casa si muove, scodelle spostate, profumo di pane, il vino versato… Ma pure sgabelli per prendere posto ne spicca uno solo &#8230;</p>
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<p>Sei stato invitato,<br />
la casa si muove,<br />
scodelle spostate,<br />
profumo di pane,<br />
il vino versato… </p>
<p>Ma pure sgabelli<br />
per prendere posto<br />
ne spicca uno solo<br />
già pronto ai tuoi piedi. </p>
<p>Silenzio e rumore,<br />
sgabello e scodelle,<br />
c’è calma e trambusto<br />
per farti più posto<br />
attorno alla tavola,<br />
attorno al mio cuore,<br />
che siede ai tuoi piedi<br />
di caro Maestro,<br />
Rabbì del mio amore.</p>
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		<title>Giuseppe</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/giuseppe/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Mar 2017 06:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e fede]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Hai sognato, Giuseppe, sognato di un bambino che poi ti sarà tolto in zelo d&#8217;obbedienza a fargli il giusto posto. Credevi d&#8217;esser padre secondo la &#8230;</p>
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<p>Hai sognato, Giuseppe,<br />
sognato di un bambino<br />
che poi ti sarà tolto<br />
in zelo d&#8217;obbedienza<br />
a fargli il giusto posto. </p>
<p>Credevi d&#8217;esser padre<br />
secondo la Promessa<br />
di tempi, luoghi ed anni<br />
che avresti poi capito,<br />
più giusti e tanto aperti,<br />
in luoghi da mostrare,<br />
in spazi soddisfatti<br />
di chi si sente padre,<br />
orgoglio di quel seme,<br />
bagagli da eternare<br />
in un progetto nuovo<br />
che un figlio deve avere. </p>
<p>Invece l&#8217;incertezza<br />
del Suo disegno strano,<br />
saggezza fatta d&#8217;angeli<br />
che parlano nei sogni:<br />
&#8220;Tuo figlio sarà altro,<br />
i tempi sono terra<br />
che non puoi calpestare,<br />
saranno solo strada<br />
per passi che non sai,<br />
decisi in un Altrove<br />
che ti sorride strano,<br />
in versi di vagito,<br />
in stretta di manine,<br />
in grida di bambino,<br />
in giochi adolescenti,<br />
in sguardi da ragazzo,<br />
in pialla d&#8217;uomo adulto<br />
come qualsiasi cosa<br />
che sia da completare.&#8221;</p>
<p>Ti han tolto quel tuo orgoglio<br />
di padre primogenito,<br />
che sa che può decidere<br />
la trama e poi l&#8217;ordito<br />
di vita di quel Figlio<br />
che viene da lontano.</p>
<p>Ti toglieranno ancora<br />
la sola sua visione<br />
che lega la sua vita<br />
al tuo saperlo amare<br />
volendolo toccare&#8230; </p>
<p>Ti lascia il tuo Gesù,<br />
sapendo che c&#8217;è un sogno<br />
che vi racchiude ancora:<br />
non più materia e terra,<br />
ma Cielo ed altro legno<br />
che lo vedrà morire. </p>
<p>Lo lasci, deve andare,<br />
si spezza quel tuo cuore<br />
bagnato di speranza<br />
che il legno è sempre uguale&#8230;<br />
e non tradisce il Cuore!</p>
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		<item>
		<title>Papa Alessandro VI</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/</link>
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		<pubDate>Fri, 06 Jan 2017 20:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Lucrezia dormiva, mentre lui era rientrato nelle sue stanze dopo averla lasciata qualche ora prima, in seguito ad una delle sue consuete visite dove il &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/">Papa Alessandro VI</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
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<p>Lucrezia dormiva, mentre lui era rientrato nelle sue stanze dopo averla lasciata qualche ora prima, in seguito ad una delle sue consuete visite dove il piacere lo sopraffaceva e quella figlia adolescente diventava per lui oggetto di un desiderio cieco, buio e tanto smanioso da non poter essere dominato. Diverso era passare notti d’amore e di divertimento con le sue amanti favorite, ma con Lucrezia era un’altra cosa. Il demone folle del possesso si impadroniva di lui come in un agguato improvviso alla preda quando egli andava a caccia nell’agro romano, con la sua corte dietro e i cani che straziavano la selvaggina quando la trovavano. E lui ad assistere impassibile, con una crudeltà che quasi gli bloccava le giunture e gli impediva di proseguire a cavallo staccandosi da quella scena orribile, eppure così vera. Quel pomeriggio aveva disturbato, perché sì questa era la verità, la serenità della sua piccola Lucrezia, se ne era poi andato in fretta perché ambasciatori dei reali spagnoli lo stavano aspettando per perorare un’alleanza che egli non voleva.<br />
Li ascoltava parlare ma sentiva solo il suono delle loro parole, perché la sua mente era ancora avvolta nelle spire di quel piacere innaturale e noto che lo aveva sedotto e già un pentimento oscuro, un rancore lontano come colui che lotta nel sogno coi suoi fantasmi, lo aveva intimamente preso e gli impediva ora di prendere parte alla trama politica che gli si sgranava davanti come la tela maligna di un ragno velenoso,  piuttosto che come la conduzione di un buon pontificato, retto al servizio del Regno… Il Regno, quel Regno di Dio tanto nominato nel ritmo delle liturgie estenuanti che presiedeva, quel Regno di Dio dov’era quando lui toglieva il respiro a quella sua figlia adorata, che vedeva soffrire sotto alle sue mani pesanti da rapace, più che da padre? Una figlia agguantata, e non certo accarezzata, anche se lui sempre ammantava le sue incursioni come consuete “coccole di padre”. Si scosse: uno dei legati aveva in dono da madre natura una voce tanto stridula da trapanargli il cervello mentre, a carte geografiche spiegate, tentava di mostrargli quali vantaggi territoriali ne avrebbe ricavato il suo Governo Pontificio. Le linee sulla cartina geografica si fondevano sotto al suo sguardo di padre e re, mentre pianure, monti, fiumi e piccole case disegnate in più o meno grandi villaggi diventavano un unico colore indistinto e spento. Il Regno, il Regno, il Regno… le tempie gli battevano come tamburi… Si alzò dal suo scranno con una pesantezza tale come se avesse membra di pietra, nuovamente usando quel “noi” che secoli di cerimoniale gli avevano consegnato fieri: “Noi delibereremo, pregheremo lo Spirito per comprendere quale Via di alleanza imboccheremo o verso quale conquista ci muoveremo. Ora vi congediamo impartendovi la Santa Benedizione di Pietro… In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti”…<br />
Scese i tre gradini dl soglio, raccolse il suo mantello troppo lungo come le spire di un serpente acciambellato sotto al sole di agosto e uscì dal salone tra lo stupore generale degli astanti che videro un uomo confuso e prostrato, prima di un pontefice arrogante e potente che impugnava le sorti di un’alleanza tra sovrani.<br />
Alessandro si tolse con lentezza quel velluto pesante di dosso nell’anticamera precedente il  salone, mentre l’azzurro del cielo della volta decorata gli permetteva ancora un po’ di respiro. Ansimava pesantemente per una fame d’aria che lo aveva colto d’improvviso. Si avviò ricurvo per gli ampi corridoi verso il giardino, con passi di pietra e polmoni chiusi. La bocca… la bocca gli rimaneva semiaperta, come ad ornare il volto di un uomo atterrito che il pittore di corte atteggiasse quale smorfia concordata al fine di creare un’allegoria da ritrarre.<br />
Mentre camminava pesante, si chiese di quale vizio poteva essere allegoria  il suo volto in quel preciso momento: l’ira, l’accidia, l’invidia, la lussuria? Tutto, si disse, tutto poveva essere rintracciato nel sembiante di un uomo che rientrava nella camera di una figlia stupenda , al colmo della consapevolezza di averla stropicciata ancora nel suo candore di giglio appena sbocciato. Attraversò velocemente i giardini, entrò dalla parte secondaria del grande palazzo attiguo dove si trovavano gli appartamenti in cui aveva sistemato la ragazzina, la sua nutrice e alcune compagne che allietassero con danze e giochi fanciulleschi le sue giornate. Sì, perché lui lo sapeva, lei era pur sempre una bambina innocente e pronta ad entusiasmarsi per una gita al fiume, un gioco di palla sul prato, uno scambio di confidenze e risate tra campagne che parlavano del primo sorriso rubato a un paggetto compiacente. Fece cenno alla nutrice Adriana che uscisse dalla stanza del grande baldacchino dove Lucrezia già dormiva profondamente. La donna uscì, troppo avvezza ad obbedire al gesto imperioso di un uomo già in preda alla brama smaniosa che gli bruciava la carne. Abbassò quindi lo sguardo, chiudendosi istintivamente la vestaglia mentre usciva scomparendo a testa bassa e dando il passo al pontefice padre; eppure, incrociando per un istante il suo sguardo, alla donna il cuore balzò violento nel petto cogliendo, al posto dell’orgoglio indiscusso di un padrone di corpi, la mestizia di un uomo perso che entrasse a cercare rimedio piuttosto che soddisfazione.<br />
La porta si chiuse e Alessandro, guardando il petto giovane coperto dalla camicia da notte alzarsi e abbassarsi nel dolce riposo del suo respiro, si trovò a inginocchiarsi all’angolo del letto della ragazza dove solo il biondo dei suoi riccioli sparsi sul cuscino riusciva a raccogliere il chiarore di un raggio di luna che filtrava dal finestrone.<br />
“Signore Mio Dio, Padre di quel Regno di cui siete Signore e Maestro sulla Terra di una Gerusalemme che io solo so quanto sto disonorando… Abbiate pietà, in questa notte così scura, dell’unico raggio di luna a cui posso ancora aggrapparmi per sperare il Vostro perdono. Ho peccato, mio Signore, stesso Dio degli eserciti degli Israeliti e degli eserciti che io stesso conduco alla guerra, togliendo padri a famiglie di contadini affamati, portando carestia e sterminio in luoghi dove Voi sulla terra volevate io costruissi solo la Vostra pace di Buon Pastore mansueto. Io invece, al Vostro cospetto, lupo che sbrana il Vostro umile gregge, che affonda le zanne nelle teneri carni di quelle creature che Voi avete affidato a me perché io le difendessi fino al Vostro Ritorno.<br />
Ascoltatemi, in questo rantolo di pentimento che mi esce strozzato in tanto buio così tetro, dove sento tutto il peso dei miei peccati che non so più reggere, quando penso a quanto dolore la mia voglia smodata può arrecare. Vi presento il terrore della mia piccola dolcissima Lucrezia, quando viene strappata ai suoi teneri trastulli innocenti per essere portata al mio piacere scomposto che solo si sazia pasteggiando sul suo corpo indifeso.<br />
Perdonate la mia follia perversa, che non so fermare prima che io mi sia soddisfatto… Perdonate quel mio orgoglio di maschio cieco che non conosce confine… Perdonate il mio sguardo che fruga avido dove Voi avevate deciso, per imperscrutabile giudizio, che non avrebbe mai dovuto posarsi.<br />
Sappiate che io mi riconosco degno delle più alte fiamme dell’inferno, molto più maestose delle ben più misere fiaccole del mio ardore virile quando mi approccio a questa creatura.<br />
Accoglietemi, Signore, Dio grande e umile, mentre mi prostro davanti a Voi come Figlio che muore in croce, come Padre che resuscita , come Spirito che consola… E consolate il mio strazio di padre indegno… e perdonate quello che non vorrei fare, CHE NON VORREI FARLE!<br />
Vi imploro, mio Signore, se ancora una volta posso osare come Vostro indegno figlio…”<br />
Così pregava il padre a voce bassissima accanto al suo letto. Lucrezia dolcemente si girò sul fianco destro dandogli le spalle: chissà, si chiese Alessandro, se mai in un giorno diventata donna, certamente piena di tanto rancore, avrebbe mai immaginato che lui, una notte, aveva pregato così al suo capezzale, sentendosi solo un padre che aveva perduto la strada e ora la voleva amare di una misura diversa, buona, pigiata, scossa e traboccante. </p>
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		<title>Lucrezia</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/lucrezia/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 17:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>L’aveva fatta chiamare il papa, suo padre. Giaceva in un letto imponente, servito dai paggi che si accalcavano attorno a lui nella penombra umida dell’estate &#8230;</p>
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<p>L’aveva fatta chiamare il papa, suo padre. Giaceva in un letto imponente, servito dai paggi che si accalcavano attorno a lui nella penombra umida dell’estate romana, dove il caldo toglieva il respiro e i veli bianchi del baldacchino a malapena potevano difendere il malato dal costante attacco degli insetti che sempre cercavano un corpo caldo e cosparso di sudore per la febbre. “E’ malaria” le aveva detto subito il medico di corte quando l’aveva vista passare per i corridoi, più come una duchessa che come una figlia affranta. Conosceva, quel medico, il suo piglio di granduchessa. Sapeva che a Lucrezia non si poteva mentire: troppo acuto il suo sguardo sulle cose, troppo intuitiva la sua fronte spesso corrugata sotto ai riccioli biondi acconciati. Le disse subito: “Mia Signora, Sua Santità è gravissimo! Temo per lui, la malaria spesso non risparmia, lo sapete bene…”.<br />
Lucrezia lo ascoltava a malapena, continuava a procedere per i lunghi corridoi, eccessivamente luminosi, dicendogli solo: “Fatemi strada, portatemi da lui…”, come se ogni parola fosse di troppo alla sua consapevolezza di figlia che stava per perdere il padre e, nel suo caso, un padre per il quale certo nutriva sentimenti contrastanti.<br />
Per fortuna sapeva che il fratello, Cesare, era appena ripartito dopo aver visitato anche lui il genitore morente: sarebbe stato troppo per lei affrontare anche il dolore riflesso che avrebbe visto negli occhi di lui o, peggio ancora, l’assenza di dolore totale che solo lei, tra tanti, avrebbe riconosciuto sotto le sue esternazioni eccessive di strazio filiale. Entrò dunque al capezzale di quell’uomo, sapendo bene che quello era il momento più temuto della sua intera esistenza: quante volte aveva pensato alla morte di quel padre difficile, un padre che era stato uomo del troppo in tutto, nell’amore come nella cavalleria, nelle benedizioni come nella cruenta arte della guerra e, soprattutto, nella dissimulazione come nell’abbandono alla lussuria… Per anni ed anni aveva avuto da gestire i sentimenti contrastanti che nutriva per lui: il suo tenero e spontaneo amore di figlia che sorgeva come la luna nelle notti più scure e, al contempo, la torbida percezione dei suoi sensi  simile al colore di cui si tingevano i canali di irrigazione della sua campagna estense quando la pioggia li rendeva limacciosi, trasformando i campi in specchi di palude pieni di zanzare e di miasmi soffocanti.  Detestava che la sua bella campagna, così piacevole nel tempo assolato del raccolto, diventasse un’unica grande marcita nelle mezze stagioni, tempo dove solo il fango sembrava dominare. Ma ecco, mentre varcava la soglia della camera del padre morente, dentro si sentiva fango, colore indistinto di putrida acqua che anni ed anni di limpido governo al fianco del terzo marito Alfonso non erano bastati a scacciar fuori dal suo terrore di bimba e ragazzina, malconcia e compromessa. Lei, l’ormai amata e sicura signora di Ferrara, madre di figli e signora di eserciti, doveva risentire lo sporco del fango dentro, mani di fango che la toccavano, colori lenti nell’umido che avvolge, buio soffuso in spazi del ricordo e lui, suo padre, greve e vittorioso nel suo peso di cardinale, pontefice potente, omaggiato da tutti, incurante del bene deciso da altri e signore di un male che solo lui costruiva, quando varcava le porte del suo palazzo di Santa Maria in Portico attiguo ai Palazzi Vaticani. Lì insieme vivevano  lei, sua figlia dodicenne,  la sua favorita ufficiale Giulia la Farnese e la nutrice Adriana con tante fanciulle, sue compagne di giochi, piccoli fiori inermi che di tanto in tanto il piede pesante di quell’uomo schiacciava a piacimento senza un motivo, solo per noia o per voluttà scadente. Pure lei era tra quei fiori, fiori travolti dal fango come nei suoi agri prima ridenti, frutti marciti per essere stati buttati troppo presto in grandi ceste di raccolta invase dall’acqua.<br />
Lo sentì ansimare per la febbre, rantolare per la sete, tremare sotto alle coltri leggere… Le gambe le si fecero molli e improvvisamente sentì la nausea che le saliva alla bocca dello stomaco e anche il suo cervello ne era invaso.<br />
Con una voce impastata, che si faceva largo tra il fango che le era salito alla gola, ingiunse al medico che le stava appresso : “Fate uscire tutti ed uscite anche voi!”. Sentì il medico impartire quell’ordine, sentì la porta pesante chiudersi alle sue spalle, sentì il silenzio doloroso che l’avvolgeva, rotto solo dall’ansimare del moribondo. Si accasciò su uno scranno vicino al suo letto, forse quello del medico stesso che lo vegliava. Era certa che lui non l’avrebbe riconosciuta: da ore ormai aveva perso conoscenza, così le avevano sussurrato i paggi uscendo in punta di piedi… Lo guardò, chiamando a raccolta le ultime energie che le restavano per dominare i conati di vomito che le salivano dallo stomaco…<br />
Quante volte aveva pensato a come sarebbe morto quell’uomo che, dopo averle donato la vita una prima volta, le aveva regalato tante morti asfissianti in carezze pressanti e mani che la frugavano in punti dove avrebbe saputo, solo poi, che poteva nascere il piacere più grande. Ma allora no, altri rantoli, quelli della soddisfazione maschile che egli ne traeva, quelli che nascevano per tutto quello che le rubava smanioso… altri rantoli comparivano in lui, fino a lasciarlo spossato e vinto, facendole pensare che egli stesse molto male, per poi riprendersi con una tracotanza assurda mentre la lasciava lì senza una parola di commiato, impaurita, scomposta e spenta. In quel momento allora diventava come una terra arsa per la poca acqua, con stoppie aride che non davano cibo neanche agli armenti. Così i suoi fianchi di prima adolescente, così i suoi piccoli seni dai capezzoli infossati che si drizzavano appena, così le sue labbra aride che rifiutavano l’acqua per ore dopo queste incursioni: tutto ora come stoppie aride perché il fango, quel fango, veniva dopo…  nella notte, quando si ricordava che lei gli voleva bene e cercava di ricordarlo come tenero padre. E lì un po’ d’acqua, quella che riusciva finalmente a bere, le scorreva dentro e le stoppie in lei si animavano e tutto diventava piena pianura florida e poi…  l’acqua era di nuovo troppa!  Troppo si era fidata di lui come padre buono, e tante le sue domande incalzanti:  forse lui faceva così perché lei gli aveva sorriso troppo o gentilmente gli aveva detto, andandogli incontro: “Entrate Padre, vi stavo aspettando…”. E tra il fango dei suoi pensieri si colpevolizzava dicendosi: “Sono stata io… troppo giovane, troppo bella, troppo figlia… forse troppo figlia? Ecco perché mi ha trasformato in un’amante, perché io sono fatta di fango e non sono stata chiara con lui…”.<br />
Papa Alessandro, della famiglia Borgia, al secolo Rodrigo, le moriva ormai vicino. Per lei era solo suo padre, l’uomo che le aveva dato la vita, e adesso stava lì accanto a lei come inerme, privo di ogni potere se non quello di finire una vita troppo ricca di storie, patimenti, rapine… Moriva come muore l’ultimo contadino, assistito da una figlia al capezzale, ma lei non si sentiva di adoperarsi amorevolmente, ancora troppa rabbia e veleno dentro. Veleno come quello che egli usava per eliminare avversari temuti o pedine scomode sulla scacchiera del suo mondo dorato. Nel frattempo una mosca, forse più impertinente delle altre, si appoggiò sulle labbra arse del moribondo; con un moto spontaneo lei la cacciò chinandosi su di lui e, nel farlo, si accorse di avergli sfiorato la bocca, quella bocca tanto temuta che però l’aveva anche chiamata tante volte per nome. Fu così che la “piccola” Lucrezia si ritrovò tra i suoi denti serrati: “Kyrie Eleisson, Kyrie Eleisson, Pietà Signore, dei miei fianchi stanchi che chiedono pace, dei miei ricordi impietosi che ritornano sempre, Kyrie Eleisson dell’anima di mio padre che siede sul trono del tuo santo Pietro, tanto indegnamente, lo so. Ricordati del solo istante, ti prego, se ce n’è mai stato uno, in cui egli ha capito che stava facendo le Tue veci sulla terra&#8230; Vicario, vicario Tuo, Signore Cristo che regni sulla nostra carne nata dal fango, quel fango che ci rende figli di Adamo. Mio padre come me… entrambi nati dal fango!”.<br />
Sentì il suo fango benedetto, una miscela di terra mista ad acqua ristoratrice! E allora capì: sapeva ormai piangere per quel padre oppressore e, mentre piegava il capo cercando disperatamente la sua mano abbandonata  come per farsi fare un’ultima tenera carezza, Lucrezia si lasciò andare a occhi chiusi su quella coperta madida. Lo aveva finalmente accolto nel cerchio della sua comprensione e ora lo lasciava andare perché anche lui, nato dal fango e figlio di Dio,prendesse la sua strada. Sentì di essergli sorella, prima che figlia: “Kyrie Eleisson, Christe Eleisson, Kyrie Eleisson&#8230; “, mentre la sera umile scendeva.</p>
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		<title>Sogni</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/sogni/</link>
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		<pubDate>Sat, 08 Oct 2016 16:19:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e anima]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sogni, lattiginose prassi, col suono dei tuoi passi che viene a visitarmi. Di giorno son progetti pronti da realizzare con vanto e sicurezza di chi &#8230;</p>
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<p>Sogni,<br />
lattiginose prassi,<br />
col suono dei tuoi passi<br />
che viene a visitarmi.</p>
<p>Di giorno son progetti<br />
pronti da realizzare<br />
con vanto e sicurezza<br />
di chi sa cosa vuole.</p>
<p>Di notte camerini<br />
in cui vestirsi piano<br />
con sete colorate<br />
che perdono la tinta<br />
e assumono figure<br />
su sfondi poco noti<br />
e non riconosciuti.</p>
<p>Rimane la domanda<br />
sul regno che produce<br />
la dama e il cavaliere<br />
di questo mio tumulto,<br />
che accolgo dentro a scene<br />
da me non custodite,<br />
esposte solo al flusso<br />
del tuo narrare strano,<br />
ignoto nella fonte<br />
di qualche provenienza.</p>
<p>Emerge il gusto strano<br />
di esporsi al non voluto,<br />
di vivere vicende<br />
che uniscono la vita<br />
con tua sapienza nuova<br />
ignota alla mia veglia,<br />
padrona di abbandoni<br />
che servono alla scena,<br />
che solo tu ricrei<br />
con mano da regista.</p>
<p>Assisto e soffro piano:<br />
mi cambiano lo sfondo,<br />
la scena non è nota,<br />
arrivano gli attori…<br />
Chi sono lo saprò<br />
domani, nel ricordo,<br />
di quel che fa figura<br />
da drappi ricuciti.</p>
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		<title>Tocco di rubino</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/tocco-di-rubino/</link>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2016 05:57:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e fede]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Velo di rosso cremisi sulle mie spalle curve piegate sotto a ruote di lunghe lune rosse. Medici ed anticamere per vecchie sofferenze in notti vuote &#8230;</p>
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<p>Velo di rosso cremisi<br />
sulle mie spalle curve<br />
piegate sotto a ruote<br />
di lunghe lune rosse.</p>
<p>Medici ed anticamere<br />
per vecchie sofferenze<br />
in notti vuote e cave<br />
col cuore all&#8217;impazzata<br />
che chiede di tornare<br />
ai giorni del riposo<br />
tra tutte le compagne<br />
che vivono la gemma<br />
di un sole che ritorna<br />
soltanto quando è giorno.</p>
<p>Ti vedo da lontano<br />
disteso tra la folla,<br />
promessa di rubino<br />
per donna senza gioie<br />
ma sola con rimpianti<br />
di una stranezza cupa<br />
e pena imbavagliata.</p>
<p>Consegno nel mio tocco<br />
la sola mia pienezza<br />
a un lembo di mantello<br />
che so che ti appartiene:<br />
il tatto è una parola<br />
che non so pronunciare<br />
consunta da uno strazio<br />
che più non mi appartiene.</p>
<p>Mi arresto e il mio dolore<br />
si spezza come pietra<br />
che viene decorata<br />
da uno scalpello nuovo<br />
che segna questo tempo<br />
di tutto il suo vigore.</p>
<p>Mi vedi e poi mi accogli<br />
ma io posso mostrare<br />
soltanto il luccichio,<br />
velato e scolorito,<br />
di anni indeboliti<br />
che non sanno di vita.</p>
<p>Ti temo e poi avverto<br />
che tu mi sai spiegare<br />
il senso di quel tocco,<br />
gentile e disperato,<br />
di donna che a un mantello<br />
concede autorità,<br />
sapendo che il Tuo Corpo<br />
è stoffa troppo sacra&#8230;</p>
<p>Così lo scambio è premio<br />
di fede consolata<br />
in semplice pienezza<br />
di manto ricamato.</p>
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		<title>Nain, città deliziosa&#8230;</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/nain-citta-deliziosa/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/nain-citta-deliziosa/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 10:06:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie e fede]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Nain, &#8220;città deliziosa&#8221;, dai molti luoghi che parlano al mio cuore mi vede uscire col mio virgulto rotto ed un dolore che tinge ogni mio &#8230;</p>
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<p>Nain, &#8220;città deliziosa&#8221;,<br />
dai molti luoghi<br />
che parlano al mio cuore<br />
mi vede uscire<br />
col mio virgulto rotto<br />
ed un dolore<br />
che tinge ogni mio passo. </p>
<p>Mi muovo piano<br />
incerta nel corteo<br />
perché non posso<br />
pretendere un giardino<br />
che più lo accolga<br />
in tutto il suo splendore. </p>
<p>Così ti vedo<br />
che mi cammini incontro<br />
dentro al tuo viaggio<br />
che invece porta al Monte<br />
della Tua gloria<br />
che sola sa comprendere<br />
quella potenza di una recisione<br />
che spezza a pieno<br />
il mio legame amato<br />
col sole e l&#8217;acqua<br />
che avevo nel giardino<br />
di una famiglia<br />
che sola mi rimane<br />
come parola e commemorazione.</p>
<p>Lo tocchi piano<br />
il fiore mio adorato<br />
e mi sussurri<br />
di togliere al mio strazio<br />
il fiume intenso<br />
del pianto mio dirotto,<br />
unica acqua per irrigarlo ancora. </p>
<p>Diventi tu<br />
la forza del suo stelo<br />
e la bellezza<br />
del suo esser bambino<br />
che torna ai giochi<br />
del nostro bel giardino<br />
in quella casa<br />
da dove siam partiti,<br />
privi di vita, di palpito e calore. </p>
<p>Lo rendi a me,<br />
esperta della morte,<br />
perché comprenda<br />
che solo Tu sei Vita.<br />
Ti muovi adesso<br />
al passo del tuo viaggio<br />
dove ti attende<br />
una nuova irrigazione<br />
di Sangue sparso<br />
ai piedi della terra<br />
di ogni stelo<br />
di uomo ripiegato,<br />
prostrato al suolo<br />
dalla sua assurda sete.</p>
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