<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Amarilli &#187; RaccontiAmarilli</title>
	<atom:link href="https://www.amarilli.eu/category/racconti-brevi/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.amarilli.eu</link>
	<description>La poesia del cuore</description>
	<lastBuildDate>Sat, 22 Jan 2022 13:33:58 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.1.41</generator>
	<item>
		<title>Papa Alessandro VI</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Jan 2017 20:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=702</guid>
		<description><![CDATA[<p>Lucrezia dormiva, mentre lui era rientrato nelle sue stanze dopo averla lasciata qualche ora prima, in seguito ad una delle sue consuete visite dove il &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/">Papa Alessandro VI</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Lucrezia dormiva, mentre lui era rientrato nelle sue stanze dopo averla lasciata qualche ora prima, in seguito ad una delle sue consuete visite dove il piacere lo sopraffaceva e quella figlia adolescente diventava per lui oggetto di un desiderio cieco, buio e tanto smanioso da non poter essere dominato. Diverso era passare notti d’amore e di divertimento con le sue amanti favorite, ma con Lucrezia era un’altra cosa. Il demone folle del possesso si impadroniva di lui come in un agguato improvviso alla preda quando egli andava a caccia nell’agro romano, con la sua corte dietro e i cani che straziavano la selvaggina quando la trovavano. E lui ad assistere impassibile, con una crudeltà che quasi gli bloccava le giunture e gli impediva di proseguire a cavallo staccandosi da quella scena orribile, eppure così vera. Quel pomeriggio aveva disturbato, perché sì questa era la verità, la serenità della sua piccola Lucrezia, se ne era poi andato in fretta perché ambasciatori dei reali spagnoli lo stavano aspettando per perorare un’alleanza che egli non voleva.<br />
Li ascoltava parlare ma sentiva solo il suono delle loro parole, perché la sua mente era ancora avvolta nelle spire di quel piacere innaturale e noto che lo aveva sedotto e già un pentimento oscuro, un rancore lontano come colui che lotta nel sogno coi suoi fantasmi, lo aveva intimamente preso e gli impediva ora di prendere parte alla trama politica che gli si sgranava davanti come la tela maligna di un ragno velenoso,  piuttosto che come la conduzione di un buon pontificato, retto al servizio del Regno… Il Regno, quel Regno di Dio tanto nominato nel ritmo delle liturgie estenuanti che presiedeva, quel Regno di Dio dov’era quando lui toglieva il respiro a quella sua figlia adorata, che vedeva soffrire sotto alle sue mani pesanti da rapace, più che da padre? Una figlia agguantata, e non certo accarezzata, anche se lui sempre ammantava le sue incursioni come consuete “coccole di padre”. Si scosse: uno dei legati aveva in dono da madre natura una voce tanto stridula da trapanargli il cervello mentre, a carte geografiche spiegate, tentava di mostrargli quali vantaggi territoriali ne avrebbe ricavato il suo Governo Pontificio. Le linee sulla cartina geografica si fondevano sotto al suo sguardo di padre e re, mentre pianure, monti, fiumi e piccole case disegnate in più o meno grandi villaggi diventavano un unico colore indistinto e spento. Il Regno, il Regno, il Regno… le tempie gli battevano come tamburi… Si alzò dal suo scranno con una pesantezza tale come se avesse membra di pietra, nuovamente usando quel “noi” che secoli di cerimoniale gli avevano consegnato fieri: “Noi delibereremo, pregheremo lo Spirito per comprendere quale Via di alleanza imboccheremo o verso quale conquista ci muoveremo. Ora vi congediamo impartendovi la Santa Benedizione di Pietro… In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti”…<br />
Scese i tre gradini dl soglio, raccolse il suo mantello troppo lungo come le spire di un serpente acciambellato sotto al sole di agosto e uscì dal salone tra lo stupore generale degli astanti che videro un uomo confuso e prostrato, prima di un pontefice arrogante e potente che impugnava le sorti di un’alleanza tra sovrani.<br />
Alessandro si tolse con lentezza quel velluto pesante di dosso nell’anticamera precedente il  salone, mentre l’azzurro del cielo della volta decorata gli permetteva ancora un po’ di respiro. Ansimava pesantemente per una fame d’aria che lo aveva colto d’improvviso. Si avviò ricurvo per gli ampi corridoi verso il giardino, con passi di pietra e polmoni chiusi. La bocca… la bocca gli rimaneva semiaperta, come ad ornare il volto di un uomo atterrito che il pittore di corte atteggiasse quale smorfia concordata al fine di creare un’allegoria da ritrarre.<br />
Mentre camminava pesante, si chiese di quale vizio poteva essere allegoria  il suo volto in quel preciso momento: l’ira, l’accidia, l’invidia, la lussuria? Tutto, si disse, tutto poveva essere rintracciato nel sembiante di un uomo che rientrava nella camera di una figlia stupenda , al colmo della consapevolezza di averla stropicciata ancora nel suo candore di giglio appena sbocciato. Attraversò velocemente i giardini, entrò dalla parte secondaria del grande palazzo attiguo dove si trovavano gli appartamenti in cui aveva sistemato la ragazzina, la sua nutrice e alcune compagne che allietassero con danze e giochi fanciulleschi le sue giornate. Sì, perché lui lo sapeva, lei era pur sempre una bambina innocente e pronta ad entusiasmarsi per una gita al fiume, un gioco di palla sul prato, uno scambio di confidenze e risate tra campagne che parlavano del primo sorriso rubato a un paggetto compiacente. Fece cenno alla nutrice Adriana che uscisse dalla stanza del grande baldacchino dove Lucrezia già dormiva profondamente. La donna uscì, troppo avvezza ad obbedire al gesto imperioso di un uomo già in preda alla brama smaniosa che gli bruciava la carne. Abbassò quindi lo sguardo, chiudendosi istintivamente la vestaglia mentre usciva scomparendo a testa bassa e dando il passo al pontefice padre; eppure, incrociando per un istante il suo sguardo, alla donna il cuore balzò violento nel petto cogliendo, al posto dell’orgoglio indiscusso di un padrone di corpi, la mestizia di un uomo perso che entrasse a cercare rimedio piuttosto che soddisfazione.<br />
La porta si chiuse e Alessandro, guardando il petto giovane coperto dalla camicia da notte alzarsi e abbassarsi nel dolce riposo del suo respiro, si trovò a inginocchiarsi all’angolo del letto della ragazza dove solo il biondo dei suoi riccioli sparsi sul cuscino riusciva a raccogliere il chiarore di un raggio di luna che filtrava dal finestrone.<br />
“Signore Mio Dio, Padre di quel Regno di cui siete Signore e Maestro sulla Terra di una Gerusalemme che io solo so quanto sto disonorando… Abbiate pietà, in questa notte così scura, dell’unico raggio di luna a cui posso ancora aggrapparmi per sperare il Vostro perdono. Ho peccato, mio Signore, stesso Dio degli eserciti degli Israeliti e degli eserciti che io stesso conduco alla guerra, togliendo padri a famiglie di contadini affamati, portando carestia e sterminio in luoghi dove Voi sulla terra volevate io costruissi solo la Vostra pace di Buon Pastore mansueto. Io invece, al Vostro cospetto, lupo che sbrana il Vostro umile gregge, che affonda le zanne nelle teneri carni di quelle creature che Voi avete affidato a me perché io le difendessi fino al Vostro Ritorno.<br />
Ascoltatemi, in questo rantolo di pentimento che mi esce strozzato in tanto buio così tetro, dove sento tutto il peso dei miei peccati che non so più reggere, quando penso a quanto dolore la mia voglia smodata può arrecare. Vi presento il terrore della mia piccola dolcissima Lucrezia, quando viene strappata ai suoi teneri trastulli innocenti per essere portata al mio piacere scomposto che solo si sazia pasteggiando sul suo corpo indifeso.<br />
Perdonate la mia follia perversa, che non so fermare prima che io mi sia soddisfatto… Perdonate quel mio orgoglio di maschio cieco che non conosce confine… Perdonate il mio sguardo che fruga avido dove Voi avevate deciso, per imperscrutabile giudizio, che non avrebbe mai dovuto posarsi.<br />
Sappiate che io mi riconosco degno delle più alte fiamme dell’inferno, molto più maestose delle ben più misere fiaccole del mio ardore virile quando mi approccio a questa creatura.<br />
Accoglietemi, Signore, Dio grande e umile, mentre mi prostro davanti a Voi come Figlio che muore in croce, come Padre che resuscita , come Spirito che consola… E consolate il mio strazio di padre indegno… e perdonate quello che non vorrei fare, CHE NON VORREI FARLE!<br />
Vi imploro, mio Signore, se ancora una volta posso osare come Vostro indegno figlio…”<br />
Così pregava il padre a voce bassissima accanto al suo letto. Lucrezia dolcemente si girò sul fianco destro dandogli le spalle: chissà, si chiese Alessandro, se mai in un giorno diventata donna, certamente piena di tanto rancore, avrebbe mai immaginato che lui, una notte, aveva pregato così al suo capezzale, sentendosi solo un padre che aveva perduto la strada e ora la voleva amare di una misura diversa, buona, pigiata, scossa e traboccante. </p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/">Papa Alessandro VI</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/papa-alessandro-vi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Lucrezia</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/lucrezia/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/lucrezia/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2016 17:09:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=690</guid>
		<description><![CDATA[<p>L’aveva fatta chiamare il papa, suo padre. Giaceva in un letto imponente, servito dai paggi che si accalcavano attorno a lui nella penombra umida dell’estate &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/lucrezia/">Lucrezia</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’aveva fatta chiamare il papa, suo padre. Giaceva in un letto imponente, servito dai paggi che si accalcavano attorno a lui nella penombra umida dell’estate romana, dove il caldo toglieva il respiro e i veli bianchi del baldacchino a malapena potevano difendere il malato dal costante attacco degli insetti che sempre cercavano un corpo caldo e cosparso di sudore per la febbre. “E’ malaria” le aveva detto subito il medico di corte quando l’aveva vista passare per i corridoi, più come una duchessa che come una figlia affranta. Conosceva, quel medico, il suo piglio di granduchessa. Sapeva che a Lucrezia non si poteva mentire: troppo acuto il suo sguardo sulle cose, troppo intuitiva la sua fronte spesso corrugata sotto ai riccioli biondi acconciati. Le disse subito: “Mia Signora, Sua Santità è gravissimo! Temo per lui, la malaria spesso non risparmia, lo sapete bene…”.<br />
Lucrezia lo ascoltava a malapena, continuava a procedere per i lunghi corridoi, eccessivamente luminosi, dicendogli solo: “Fatemi strada, portatemi da lui…”, come se ogni parola fosse di troppo alla sua consapevolezza di figlia che stava per perdere il padre e, nel suo caso, un padre per il quale certo nutriva sentimenti contrastanti.<br />
Per fortuna sapeva che il fratello, Cesare, era appena ripartito dopo aver visitato anche lui il genitore morente: sarebbe stato troppo per lei affrontare anche il dolore riflesso che avrebbe visto negli occhi di lui o, peggio ancora, l’assenza di dolore totale che solo lei, tra tanti, avrebbe riconosciuto sotto le sue esternazioni eccessive di strazio filiale. Entrò dunque al capezzale di quell’uomo, sapendo bene che quello era il momento più temuto della sua intera esistenza: quante volte aveva pensato alla morte di quel padre difficile, un padre che era stato uomo del troppo in tutto, nell’amore come nella cavalleria, nelle benedizioni come nella cruenta arte della guerra e, soprattutto, nella dissimulazione come nell’abbandono alla lussuria… Per anni ed anni aveva avuto da gestire i sentimenti contrastanti che nutriva per lui: il suo tenero e spontaneo amore di figlia che sorgeva come la luna nelle notti più scure e, al contempo, la torbida percezione dei suoi sensi  simile al colore di cui si tingevano i canali di irrigazione della sua campagna estense quando la pioggia li rendeva limacciosi, trasformando i campi in specchi di palude pieni di zanzare e di miasmi soffocanti.  Detestava che la sua bella campagna, così piacevole nel tempo assolato del raccolto, diventasse un’unica grande marcita nelle mezze stagioni, tempo dove solo il fango sembrava dominare. Ma ecco, mentre varcava la soglia della camera del padre morente, dentro si sentiva fango, colore indistinto di putrida acqua che anni ed anni di limpido governo al fianco del terzo marito Alfonso non erano bastati a scacciar fuori dal suo terrore di bimba e ragazzina, malconcia e compromessa. Lei, l’ormai amata e sicura signora di Ferrara, madre di figli e signora di eserciti, doveva risentire lo sporco del fango dentro, mani di fango che la toccavano, colori lenti nell’umido che avvolge, buio soffuso in spazi del ricordo e lui, suo padre, greve e vittorioso nel suo peso di cardinale, pontefice potente, omaggiato da tutti, incurante del bene deciso da altri e signore di un male che solo lui costruiva, quando varcava le porte del suo palazzo di Santa Maria in Portico attiguo ai Palazzi Vaticani. Lì insieme vivevano  lei, sua figlia dodicenne,  la sua favorita ufficiale Giulia la Farnese e la nutrice Adriana con tante fanciulle, sue compagne di giochi, piccoli fiori inermi che di tanto in tanto il piede pesante di quell’uomo schiacciava a piacimento senza un motivo, solo per noia o per voluttà scadente. Pure lei era tra quei fiori, fiori travolti dal fango come nei suoi agri prima ridenti, frutti marciti per essere stati buttati troppo presto in grandi ceste di raccolta invase dall’acqua.<br />
Lo sentì ansimare per la febbre, rantolare per la sete, tremare sotto alle coltri leggere… Le gambe le si fecero molli e improvvisamente sentì la nausea che le saliva alla bocca dello stomaco e anche il suo cervello ne era invaso.<br />
Con una voce impastata, che si faceva largo tra il fango che le era salito alla gola, ingiunse al medico che le stava appresso : “Fate uscire tutti ed uscite anche voi!”. Sentì il medico impartire quell’ordine, sentì la porta pesante chiudersi alle sue spalle, sentì il silenzio doloroso che l’avvolgeva, rotto solo dall’ansimare del moribondo. Si accasciò su uno scranno vicino al suo letto, forse quello del medico stesso che lo vegliava. Era certa che lui non l’avrebbe riconosciuta: da ore ormai aveva perso conoscenza, così le avevano sussurrato i paggi uscendo in punta di piedi… Lo guardò, chiamando a raccolta le ultime energie che le restavano per dominare i conati di vomito che le salivano dallo stomaco…<br />
Quante volte aveva pensato a come sarebbe morto quell’uomo che, dopo averle donato la vita una prima volta, le aveva regalato tante morti asfissianti in carezze pressanti e mani che la frugavano in punti dove avrebbe saputo, solo poi, che poteva nascere il piacere più grande. Ma allora no, altri rantoli, quelli della soddisfazione maschile che egli ne traeva, quelli che nascevano per tutto quello che le rubava smanioso… altri rantoli comparivano in lui, fino a lasciarlo spossato e vinto, facendole pensare che egli stesse molto male, per poi riprendersi con una tracotanza assurda mentre la lasciava lì senza una parola di commiato, impaurita, scomposta e spenta. In quel momento allora diventava come una terra arsa per la poca acqua, con stoppie aride che non davano cibo neanche agli armenti. Così i suoi fianchi di prima adolescente, così i suoi piccoli seni dai capezzoli infossati che si drizzavano appena, così le sue labbra aride che rifiutavano l’acqua per ore dopo queste incursioni: tutto ora come stoppie aride perché il fango, quel fango, veniva dopo…  nella notte, quando si ricordava che lei gli voleva bene e cercava di ricordarlo come tenero padre. E lì un po’ d’acqua, quella che riusciva finalmente a bere, le scorreva dentro e le stoppie in lei si animavano e tutto diventava piena pianura florida e poi…  l’acqua era di nuovo troppa!  Troppo si era fidata di lui come padre buono, e tante le sue domande incalzanti:  forse lui faceva così perché lei gli aveva sorriso troppo o gentilmente gli aveva detto, andandogli incontro: “Entrate Padre, vi stavo aspettando…”. E tra il fango dei suoi pensieri si colpevolizzava dicendosi: “Sono stata io… troppo giovane, troppo bella, troppo figlia… forse troppo figlia? Ecco perché mi ha trasformato in un’amante, perché io sono fatta di fango e non sono stata chiara con lui…”.<br />
Papa Alessandro, della famiglia Borgia, al secolo Rodrigo, le moriva ormai vicino. Per lei era solo suo padre, l’uomo che le aveva dato la vita, e adesso stava lì accanto a lei come inerme, privo di ogni potere se non quello di finire una vita troppo ricca di storie, patimenti, rapine… Moriva come muore l’ultimo contadino, assistito da una figlia al capezzale, ma lei non si sentiva di adoperarsi amorevolmente, ancora troppa rabbia e veleno dentro. Veleno come quello che egli usava per eliminare avversari temuti o pedine scomode sulla scacchiera del suo mondo dorato. Nel frattempo una mosca, forse più impertinente delle altre, si appoggiò sulle labbra arse del moribondo; con un moto spontaneo lei la cacciò chinandosi su di lui e, nel farlo, si accorse di avergli sfiorato la bocca, quella bocca tanto temuta che però l’aveva anche chiamata tante volte per nome. Fu così che la “piccola” Lucrezia si ritrovò tra i suoi denti serrati: “Kyrie Eleisson, Kyrie Eleisson, Pietà Signore, dei miei fianchi stanchi che chiedono pace, dei miei ricordi impietosi che ritornano sempre, Kyrie Eleisson dell’anima di mio padre che siede sul trono del tuo santo Pietro, tanto indegnamente, lo so. Ricordati del solo istante, ti prego, se ce n’è mai stato uno, in cui egli ha capito che stava facendo le Tue veci sulla terra&#8230; Vicario, vicario Tuo, Signore Cristo che regni sulla nostra carne nata dal fango, quel fango che ci rende figli di Adamo. Mio padre come me… entrambi nati dal fango!”.<br />
Sentì il suo fango benedetto, una miscela di terra mista ad acqua ristoratrice! E allora capì: sapeva ormai piangere per quel padre oppressore e, mentre piegava il capo cercando disperatamente la sua mano abbandonata  come per farsi fare un’ultima tenera carezza, Lucrezia si lasciò andare a occhi chiusi su quella coperta madida. Lo aveva finalmente accolto nel cerchio della sua comprensione e ora lo lasciava andare perché anche lui, nato dal fango e figlio di Dio,prendesse la sua strada. Sentì di essergli sorella, prima che figlia: “Kyrie Eleisson, Christe Eleisson, Kyrie Eleisson&#8230; “, mentre la sera umile scendeva.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/lucrezia/">Lucrezia</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/lucrezia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Calipso, o di un&#8217;unione di fatto&#8230;</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/calipso4/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/calipso4/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 12:34:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=659</guid>
		<description><![CDATA[<p>Calipso, o di un&#8217;unione di fatto&#8230; E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi erano asciutti di lacrime, e la dolce vita &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/calipso4/">Calipso, o di un&#8217;unione di fatto&#8230;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Calipso, o di un&#8217;unione di fatto&#8230;</strong></p>
<p><em>E lo trovò [Calipso] seduto sul lido: né mai gli occhi<br />
erano asciutti di lacrime, e la dolce vita si consumava<br />
a lui che piangeva per il ritorno, poiché la ninfa non più gli piaceva;<br />
e la notte invero egli dormiva ma per necessità<br />
nel cavo antro, non volente accanto a lei volente,<br />
e il giorno poi, seduto sulle rocce e sul lido,<br />
in lacrime e gemiti e affanni lacerandosi il cuore<br />
guardava verso il mare inquieto stillando lacrime.</em> (V,vv.151-158)</p>
<p>L’eroe non la guardava, fissava il lido con lo sguardo vuoto, e a vederlo nessuno avrebbe riconosciuto l’uomo capace di ideare il tranello del cavallo di Troia, di riuscire a sfuggire coi compagni alla furia del ciclope Polifemo, al canto crudele e bellissimo delle sirene, al rollio estenuante di lunghi mesi in mare…<br />
Era un uomo stanco, stanco di parole, stanco forse di una bellezza troppo facile e a portata di mano che non significava più nulla per lui. Un uomo con gli occhi pieni di nulla a fissare l’orizzonte, vinto, senza più aver parole giuste per parlarne: quei sette anni erano stati lunghi, fatti di infiniti momenti belli e brutti, di lenzuola ardenti e di tele che venivano tessute da mani di donna, di donne dee che gli camminavano accanto e a cui non era mai stato abituato prima.<br />
“Parlami, Ulisse, ho bisogno delle tue parole di vento, quelle che conservi dalle tue lunghe navigazioni, voglio che tu mi confermi il profondo desiderio del tuo cuore oppresso!” Così parlava a lui la Ninfa dal multiforme aspetto.<br />
Si scosse l’eroe, come emergendo dall’orizzonte rosato che stava fissando e che si impastava così bene con l’azzurro monotono dei suoi pensieri.<br />
“Lasciami o Ninfa, il volere degli dei è che tu mi lasci ripartire… Il padre Zeus ti ha inviato il dio Hermes ed il comando è stato chiaro: non è dato ai mortali l’unione con donne immortali, perché ciò spesso desta l’invidia degli dei. Lasciami tornare a colei che sposai vergine come un virgulto che sorge in luogo inesplorato e verde, nell’anfratto della roccia arida destando lo stupore del piede del viandante che teme subito di calpestarlo. Così per me Penelope che spero ancora mi aspetti su quel talamo costruito da un unico ceppo nella nostra grande stanza nuziale… Talamo che non si può spostare, come la promessa che le feci quel giorno e lei a me.”<br />
Pianse la ninfa e il suo abito bellissimo sembrava cambiare colore fondendosi con l’oro dei suoi capelli sotto il sole che stava calando. Sapeva che i suoi timbri multiformi avevano subito colpito l’attenzione di quell’eroe quando era arrivato sulla sua isola, sette anni prima, ormai privo di compagni dopo una violenta tempesta che li aveva uccisi tutti, come punizione per aver mangiato le vacche sacre al Dio Sole sull’isola di Trinacria. Solo, dunque, unico superstite del mare per non essere stato anche lui sacrilego per fame, dopo dieci giorni di sofferenze e fatiche, lo ricordava approdato sulle spiagge della sua bella Ogigia, l’isola verde che gli dei chiamavano “l’ombelico del mondo”, perché attorcigliata nel suo nascondimento, perché verdissima nella sua linfa piena che ricordava ai pochi visitatori amanti come qualcuno l’avesse fatta così bella, creatura intatta di Mente Creatrice.<br />
Sette anni erano trascorsi, sette anni per lei di un amore travolgente per quell’uomo rude e fine insieme, dalle mani segnate dai calli delle gomene e dalle parole dolci come il fluire del miele nelle coppe quando lo mischiava con la sua fine ambrosia nella mensa che lei apprestava soltanto per loro due. Quell’ambrosia, cibo immortale di cui si cibava lei, dea del Mare, che ripetutamente nei loro banchetti serali gli offriva in vasellame d’oro assieme al nettare, altra bevanda riservata agli dei: come l’offendeva che lui li rifiutasse, sapendo quasi che assumerli nel corpo significava passare per lui a un altro lido, divenire fisico luogo di un’immortalità donata, dono d’Olimpo che non avrebbe mai trovato suo. Lui era un uomo, rughe nel volto e gesti da guerriero, che le mostrava sempre, con una sfrontatezza quasi sgarbata, di ricordare ancora il latte e le sue capre, ed un formaggio che l’arida Itaca aveva tra i migliori.<br />
Eppure i primi anni insieme erano stati di un amore pieno: lei gli aveva ricostruito lo spazio di una vita a due, dove i suoi giochi di femmina sapiente e la seduzione sicura delle sue promesse gli avevano tolto la smania del ritorno… A tratti sì, al colmo dell’amore sorgeva il suo sconforto, come una nostalgia velata di passato, ma con destrezza la dea trascurava ogni discorso amaro che egli faceva mentre narrava la voglia del ritorno, delle fattezze del bruno di sua moglie e delle carni così tenere del figlio.<br />
E così lo avvolgeva in giorni uguali, mentre passavano mesi radunati in cicli e messi, mentre passeggiavano tra boschi tanto vari di pioppi, ontani e cipressi , tra tante viti gravide di grappoli ed un silenzio che sempre si levava, rotto solo dal verso degli uccelli che il mare indolente portava alla risacca. Ma il tempo non giovava alla mente dell’eroe che si perdeva dentro a quei meandri e, come a chiazze, ricostruiva il suo passato, rabbioso nelle lunghe veglie delle notti, stanco di un amore che si ripeteva, ubriaco di una dolcezza che non voleva più. Calipso sapeva addormentarlo come in uno sposalizio strano, fatto senza una promessa, moglie comparsa come per incanto ma non trovata dentro il suo passato, nei luoghi noti dove era cresciuto. Calipso, bellezza luminosa capace di togliere la vista, senza un progetto di costruzione nuova: solo loro due, corpo dentro a un corpo, mente a fior di mente ma il cuore, quel cuore che cresce da lontano, dov’era il cuore dell’amore? Quello che nasce come cosa cara e resta fisso in una fedeltà che spesso pare offuscare la freschezza a chi lo guarda di fuori dalla porta.<br />
Le ninfe tessevano il suo lino nell’antro dove lei regnava, le spole correvano sui telai… le ore scorrevano in ordito e i fili creavano le trame. Rabbioso l’eroe si tratteneva, guardava il lavoro delle loro mani…. Pensava a quelle di Penelope che nella sua reggia tessevano una tela, diversa per peso e per inganno. Non poteva amare quella donna, o dea, che gli si proponeva vicina come una nuova sposa: voleva rivivere una storia cosparsa di peso tutto umano, legato al crescere di un figlio, segnata dal peso di regnare e spesso di veder morire… Sapeva di essere crudele ma voleva risentire il dolore tanto pieno di un servo malato da curare, dei suoi guerrieri caduti sul campo di battaglia, o di fedeli amici la cui morte lo straziava dentro. Pensava a Ogigia, il regno del piacere, in cui si era illuso di vivere un’esistenza nuova, unione venuta da quel caso che lo rendeva sposato soltanto per naufragio… Ogigia, la terra dell’oblio, che copriva la gioia di sapere che serviva trovarsi responsabile di cose a volte troppo note che perdono la voglia del piacere, se solo si scorda cosa sono…<br />
Così la ninfa era uscita dalle sue stanze, il dio Hermes aveva già parlato: l’eroe doveva ripartire, inutile mettersi contro il volere dell’Olimpo e, in fondo, anche contro la scontentezza di un uomo.<br />
Allora lo aveva raggiunto, nel tempo della sua solitudine, di fronte a un mare troppo vasto:<br />
“Eroe, preparati una zattera! Posso offrirti del legno e della corda per il tuo ritorno che tanto stai bramando!”<br />
“O Ninfa” le disse sopraffatto “ti ringrazio di rendermi al mio regno, alla mia storia, alla mia sposa ed a mio figlio che ho lasciato quand’era ancora in fasce..”<br />
E lei, volgendogli le spalle:<br />
“Ulisse, almeno mi hai amata, una volta, nel lembo dorato di una notte nascosto in questi lunghi anni? In un’alba da dita rosa carne o in un bosco dal verde dell’ontano?”<br />
“Calipso, io torno a chi appartengo e che forse non mi sono dato… Ma certo tu sei destinata a uomini di ben più alta stirpe di me che sono re di un regno che è pari ad un villaggio di umili e poveri pastori, di terre da greggi seminate… L’unione che forse tu volevi, sembiante di nozze coronate, l’avrai con qualche altro eroe che solchi la tua terra raggiante. Con lui potrai sentirti donna e crescere l’idea di avere un figlio in ventre che sa di esser divino, il tuo che nasce dall’Oceano.”<br />
Gli disse la dea che sa di mare: “Ulisse, io solo so donare la forma di una bellezza varia e vesti dal tono multiforme. E’ vero, ricerco il fondo dell’amore, ma non la sostanza delle nozze, del mondo che è noto a voi umani… Ti lascio a lei che là ti aspetta e al vergine vitigno che hai piantato.”<br />
Così fu quel loro saluto, in bocche che non sapevan dare, ormai da troppo tempo, che fiato ad aliti di vento, estranei a quel loro parlare…</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/calipso4/">Calipso, o di un&#8217;unione di fatto&#8230;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/calipso4/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La sposa di Cana</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-sposa-di-cana/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/la-sposa-di-cana/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 17 Jan 2016 21:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=635</guid>
		<description><![CDATA[<p>La sposa di Cana Capire quel figlio era stato semplice all’inizio: era il secondogenito, quando l’esperienza di essere già stata madre regala alle mamme parole &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-sposa-di-cana/">La sposa di Cana</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>La sposa di Cana</em></strong></p>
<p>Capire quel figlio era stato semplice all’inizio: era il secondogenito, quando l’esperienza di essere già stata madre regala alle mamme parole da bambino, rende leste le mani nell’accudirlo, previene i bisogni o ricerca cibi alternativi sapendo già cosa piace o cosa non piace ai piccoli. Crescere quel bambino, tanto diverso dal suo primogenito, era stato per lei un gioco semplice come ripercorrere dei passi che già conosceva. Si era sentita riconfermata nel suo essere ormai donna adulta, dove una sgridata valeva come una carezza data ai figli e significava soprattutto “io so impormi, perché questo è figlio mio…”<br />
Poi via via le cose erano cambiate e la dolcezza del loro capirsi era diventata una quotidiana fatica di sguardi, di parole brusche malcelate che crescevano in quel figlio come la prima barba che compariva a fargli ombra sulle guance o come i ciuffi di capelli ribelli che non aveva più la libertà di sistemargli con le mani sotto il sole del mattino, quando lo preparava prima che iniziasse la sua giornata. Era un maschio, e come il fratello maggiore, ora che stava crescendo scivolava pian piano nel mondo degli uomini, della sinagoga da frequentare il sabato dove cominciare a masticare il Libro della Legge, dei discorsi sulla pubblica piazza scambiati tra uomini, dei primi confronti su un futuro che quasi sicuramente lo avrebbe promesso sposo ad una vergine prescelta dalla famiglia, assegnato al medesimo lavoro del padre. Anche lui come gli altri ragazzi sarebbe stato un segno certo di una casa da rispettare e frutto di un seme benedetto da continuare a spargere nella discendenza di un nome…<br />
Ma quel figlio per lei era uno struggimento continuo perché la sua asprezza adolescenziale le parlava di un’altra rabbia che covava in lui e che non era semplicemente la fatica di diventare grande e di sciogliersi con un fisiologico dolore dal suo tenero abbraccio di madre. Era piuttosto la rabbia di essere il secondo, in un mondo subalterno all’universo primo del fratello che, più grande che senza alcun merito, aveva ereditato i primi onori di una casa e di una tribù a cui apparteneva la loro famiglia paterna.<br />
Il loro padre: lei, chiamandolo così, dimenticava quasi che era lo stesso ragazzo pallido e confuso che lei, più pallida e tremante di lui, aveva sposato a Cana vent’anni prima, in una festa suntuosa, come le sue amiche per anni affermarono che non ce n’erano state di simili nei villaggi vicini per molto tempo in seguito.<br />
Suo marito, che ora era padre di quei due figli diversi, del primo come di questo secondo scuro e rabbioso, e di altre tre femmine che avevano avuto in seguito e che rappresentavano il leggero vociare di donna presente ad ogni ora, capace di mitigare il rancore silenzioso maschile che spesso scorreva nella loro casa.<br />
Anche quella sera, in cui coltivava tra sé questi pensieri e analizzava il modo diverso in cui doveva rapportarsi coi suoi cinque figli, il secondogenito, come altre volte, la chiamò “<em>Donna</em>…” rivolgendole una richiesta ordinaria, all’apparenza normale… Ma irrispettoso era il tono irritato che aveva usato, e come era uscito subito di casa senza aspettare la sua risposta per lui forse troppo lenta, con quella sua furia repressa che le toglieva il fiato per fargli capire che, seppur donna, lei rimaneva sua madre e meritava il dovuto rispetto. Anche la Legge chiedeva il rispetto dei genitori come comandamento: eppure quel figlio la chiamava “donna” con un tono che le trafiggeva il cuore come una lama.<br />
“<em>Donna</em>”&#8230; non poteva negarlo, erano vent’anni che quella parola le risuonava dentro: nel giorno del suo matrimonio l’aveva udita per la prima volta da un altro figlio che aveva chiamato così sua madre, addirittura dicendole “ <em>Donna, che vuoi da me? non è ancora giunta la mia ora</em>”. Parole sibilline, che sul momento non aveva certo compreso. Dall’alto del suo baldacchino di sposa, dove partecipava a quel banchetto che la vedeva stranamente protagonista, era riuscita a capire, ormai a festa avanzata, che qualcosa non stava funzionando come avrebbe dovuto. Era scesa senza dar nell’occhio e quasi confondendosi tra gli invitati, alla debita distanza che le era consentita come donna, aveva visto il gruppetto di quei conoscenti galilei che parlavano con alcuni dei servitori del banchetto… Era riuscita, scivolando leggera, ad avvicinarsi alla madre, a quel figlio adulto vicino a lei, e al piccolo gruppo di uomini che li accompagnava. E lì le aveva visto un particolare sorriso, che non avrebbe mai dimenticato, mentre parlava al figlio… Era riuscita anche a capire cosa gli aveva sussurrato piano: “<em>non hanno vino</em>”… Poi un tramescare in fondo alla sala, e giare, e servi, e travasi veloci…<br />
Suo marito poi era stato chiamato velocemente da alcuni parenti e aveva parlato col maestro di tavola, l’incaricato assoldato per organizzare quel banchetto così costoso che le loro famiglie da anni preparavano, in un risparmio quotidiano teso solo allo sfarzo di quel giorno. Tutto pensato per la loro nuova famiglia che sarebbe diventata l’ennesimo anello di una lunga catena di discendenze: questo meritava lo sfarzo, il continuare una discendenza, questo valeva un matrimonio con cibi pregiati, vini speciali, suoni, danze, risate e canti. Aveva capito, sia dall’espressione preoccupata di suo marito, che dalle parole che aveva sentito, che quello che doveva essere un grande onore per le loro famiglia stava per trasformarsi nella vergogna di non aver più un vino alcuno per rallegrare i propri invitati, infausto presagio di mancata felicità sulla nuova vita insieme che stavano cominciando. Ma il vino aveva ricominciato, come per incanto, a scorrere sulle tavole, e i commensali a rallegrarsi della sua egregia qualità pur servito verso la fine delle portate, mentre le rughe sulla fronte di suo marito si erano spianate dolcemente e lei, cercata tra gli invitati, era stata ricondotta al suo posto d’onore.<br />
A malincuore si era quindi allontanata dalla visione del viso di quella madre, da quel gioco di sguardi con suo figlio, da un evento accaduto che non sapeva spiegarsi e che aveva a che fare con quel gioco di battute che i due si erano scambiati a fior di labbra, da quel “Donna” che ora ritrovava anche lei in un suo figlio arrabbiato, da quel comando ubbidiente che una madre aveva saputo dare al figlio. Per vent’anni, ad ogni figlio che le nasceva, nei tanti momenti in cui conosceva la fatica del crescerlo, o la gioia di un primo vagito o di una piccola parola, come pure di un sorriso improvviso e luminoso da bambino… beh, ogni volta, aveva ripensato a quella madre e a quel figlio che le avevano donato il suo primo senso materno. Era certa che, per suo marito, forse quei due incredibili personaggi erano stati solo strumenti per salvare l’onore e garantire eterna rispettabilità presso amici e parenti. Per lei no, l’onore del casato era roba di uomini, per lei valeva solo quel reciproco gioco di obbedienza tra madre e figlio, che significava un uguale vicendevole comando. Si era chiesta a lungo nel silenzio delle sue notti, quando l’educare i suoi figli le muoveva domande a cui non sapeva dare risposta al punto da toglierle il sonno, si era chiesta a lungo se quel giorno avesse visto un’eccessiva paritarietà tra una madre e un figlio, perché lei invece era certa che sono i figli che devono obbedire ai genitori, e questo era sempre accaduto e sempre sarebbe dovuto accadere, a lei, ai suoi figli e ai figli dei suoi figli. Eppure quella donna, dagli occhi incredibilmente dolci come carezze e dalla voce ferma, aveva anche obbedito, non solo ordinato a suo figlio, mentre suggeriva ai servi “<em>Fate quello che vi dirà</em>”… Cosa sapeva di suo figlio che anche lei, ora, non sapesse dei suoi? E poi, un altro fatto avveniva nella sua esperienza di donna, cioè spesso era suo marito ad intervenire tra lei e quel suo figlio sgarbato e inquieto ed era lui a porre la parola del comando ultimo che li slegava da un eccessivo legame di rancore reciproco .<br />
Ma un padre a Cana non c’era, lei almeno non l’aveva visto con loro… Eppure era infinito l’equilibrio che quella madre e quel figlio riuscivano a tenere, senza intervento esterno, solo guardandosi e riconoscendo la loro relazione come unica forza per mantenersi ciascuno nel proprio debito posto. Si stupiva, mentre quella sera stendeva i tappeti per la notte e spianava bene anche quello per il figlio appena uscito, immerso nel suo mondo di rabbia e di furore verso il mondo. Se è la relazione che regola la possibilità di andar d’accordo anche con un figlio, come riuscirò a rapportarmi con questo ragazzo di cui non conosco a fondo il cuore? Ricordò ancora quella donna, Maria aveva sentito che la chiamavano alcuni nel gruppetto dei galilei… Maria aveva saputo parlare al cuore di suo figlio perché sicuramente lo aveva guardato e ascoltato molto, prima ancora di chiedergli di ascoltarla. Maria forse gli aveva mostrato il suo cuore, esponendosi al dramma di non essere compresa come stava accadendo a lei? Quella Maria le aveva fatto udire una voce potente, non necessariamente virile ed esterna, capace di creare un legame col figlio. E, nel suo essere madre, aveva rispettato il “tempo” ormai adulto del figlio esponendosi lei stessa, fragile, alla possibilità di un rifiuto, per diventare forte nella certezza di un’accoglienza. E il Figlio le aveva risposto, mostrando come l’amore tra loro potesse riaccendere anche una festa morente. Si scosse: il vino, è vero, il vino! Dopo aver steso i tappeti per la notte, si ricordò che doveva uscire ad attingere vino dall’anfora sotto il portico perché era ormai si era fatta ora di cena. Alle sue spalle, mentre era curva con la sua brocca in mano, i passi di suo figlio che stava rientrando…</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-sposa-di-cana/">La sposa di Cana</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/la-sposa-di-cana/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La presentazione al Tempio di Maria</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-presentazione-al-tempio-di-maria/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/la-presentazione-al-tempio-di-maria/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 Dec 2015 13:43:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=621</guid>
		<description><![CDATA[<p>La presentazione al Tempio di Maria. Quando il maestrale gonfia gli abiti delle donne alla fontana oppure le tende che chiudono gli usci delle case &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-presentazione-al-tempio-di-maria/">La presentazione al Tempio di Maria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>La presentazione al Tempio di Maria.</strong></em></p>
<p>Quando il maestrale gonfia  gli abiti delle donne alla fontana oppure le tende che chiudono gli usci delle case senza impedire alla polvere gialla delle strade di entrarvi, è quello il momento della giornata in cui spesso mi ricordo, come una fitta al cuore, di quella mattina della mia infanzia in cui salivamo al Tempio per la mia presentazione. Solo oggi  conosco il valore di quel gesto che ho compreso crescendo, ma di allora ricordo soprattutto particolari e impressioni di cui il mio corpo conserva ancora una memoria tanto viva. Ricordo l’affrettarsi dei miei piedini per stare dietro ai miei genitori e come faticassi a non inciampare in un abito troppo lungo che mia madre mi aveva cucito con ogni cura, eppure non mi piaceva tanto come i vestitini quotidiani che mi metteva e che potevo comodamente sporcare per giocare con gli altri bambini. Quel vestito era bello, da come mi dicevano tutte le altre donne mentre mia madre me lo provava nei giorni precedenti, ma era pesante… Ricordo come sembrava trascinarmi in basso mentre camminavo dietro a mio padre e mia madre e in fondo già si vedevano le belle pietre luccicanti del tempio nella luce del mattino… Anche allora, come oggi, soffiava il maestrale mattutino a cui il mio abito importante sembrava resistere, quasi mi dovessi già adattare a quelle pietre che di lì a poco avrei abitato.<br />
Mi presentavano al tempio, ma anche mi avrebbero lasciato lì per un tempo di servizio al Signore in un luogo solitario e appartato che non avevo mai visto, ma non mi spaventava poi tanto.<br />
Mia madre mi aveva preparato a quel momento e, anche se sentivo un certo dolore all’idea di separarmi da lei, avvertivo dentro una vibrazione strana per quel nuovo che andavo a incontrare, quel luogo di silenzio che avevo tanto immaginato senza sapergli ancora dare un colore e un odore. Ma ricordavo altro che si era impresso nel mio corpo per sempre quella mattina: la stretta di mano di mia madre, che mi porgeva una mano umida e sudata per l’emozione di quel passo che ci avrebbe separato e la straziava, e insieme la risolutezza dolce con cui mi teneva stretta e mi conduceva avanti in quella processione strana che mi pareva  fosse preceduta quasi solo dalla gabbietta di colombe bianche che reggeva mio padre e, nell’ondulare della sua camminata, davvero precedeva fisicamente il nostro piccolo corteo. Le ricordo bene quelle due colombine con le quali avevo giocato dalla sera prima: avevano penne morbidissime e bianche di un candore che non ho più rivisto se non nella carne del mio Gesù quando nacque e, dopo che riuscì a lavarlo bene, mi mostrò una tenerezza di pelle morbida e candida come solo le penne di quelle due amiche di tanti anni prima mi avevano donato.  Gesù, è ancora piccolo Gesù…  Ma chissà come reagirebbe se gli raccontassi già di quella mattina in cui i miei genitori mi lasciarono al tempio: noi due, oggi così uniti, tanto che ci sembra impossibile separarci anche solo per un attimo .<br />
Eppure nel Tempio, durante lo stesso rito anche per lui, il Vecchio Simeone mi ha detto che una spada mi trafiggerà l’anima. Penso spesso a quelle parole, non le ripeto mai ad alta voce e Gesù non può certo ricordarle, era troppo piccolo….<br />
Che una spada abbia trafitto anche il cuore di mia madre Anna pensando che doveva lasciarmi lì nel tempio dopo che per tre anni mi aveva cullato, imboccato con i cibi più scelti, spazzolato i lunghi capelli, asciugato il volto rigato di pianto quando ero caduta o lavato le ginocchia sporche di terra perché giocavo con giochi inventati su  una polvere piena di vita e animata dai sogni che vi disegnavo?  Mia madre Anna… Come’era bella a fianco di un marito più anziano, mio padre, molto diverso da lei, ma che doveva amarla moltissimo da come le teneva la mano sulla spalla in segno di protezione. Fu in quel modo, lei piccola di statura e lui imponente a proteggerle nuca e testa con l’ombra delle sue braccia, che si presentarono al sacerdote. E in mezzo io, assieme alla cara gabbietta di colombe, pronta per salire quella lunga scala che sembrava una lingua fatta scivolare fuori da una bocca di colonne in alto, tanti denti di lucidi, quasi un’apertura che si spalancava a inghiottirmi o forse a parlarmi. Di fatto era una bocca aperta e piena, e il maestrale intanto sconvolgeva pietosamente una scena che, se fosse stata troppo fissa,  sarebbe stata straziante per la commozione del distacco. In alto sentivo il sacerdote che cominciava a pronunciare formule rituali di accoglienza che mi accettavano all’interno della grande bocca, io bambina presentata e votata ormai ad un servizio quotidiano fatto di ore di cui non sapevo ancor nulla. Ma è vero anche che il tempo per una bimba di tre anni esiste diversamente, ora l’ho capito guardando bene il mio piccolo Gesù:  esistono solo i momenti in cui la mamma si avvicina o si allontana, il pancino ha fame o si svuota, il sonno arriva e ti distende interrompendosi poi con un ritorno di vita e di voglia di sorriso o pianto… questo è il tempo che conosce un bambino di tre anni, questo conoscevo io.  Ma ora, là dentro, dove la bianca bocca esterna sarebbe diventata viscera scura, di quale materia si sarebbero nutrite le ore? Danze di angeli, fumi di incenso, folle di luce e buio di tenebra… Quanti giochi avrei saputo inventare per fare spazio alla mia nuova compagna,  la voglia di Dio, che avrei servito nell’accensione di un lume e nell’ombra di una colonna, quasi giocando a rimpiattino con la Sua presenza che appariva e scompariva dentro il mio desiderio di incontrarlo, un Dio così vicino che anche la nebbia degli oli profumati per il sacrificio avrebbe potuto annunciare, oppure sussurri che forse avrei sentito io sola, tutto uno sfiorare di vesti cinte da una presenza amata da troppi temuta,  ma che a me non faceva alcuna paura.<br />
Così quando Anna stava per lasciarmi la mano, mi agitai come per il bisogno di accelerarlo quel momento e di vederle presto quelle viscere dense in cui avrei abitato sola, ma piena di vita. Il sacerdote avvertì la mia agitazione, e  si interruppe nel lungo profluvio di recitazione che sembrava interminabile. Con poche parole secche capì che sgridava mia madre e le ingiungeva di richiamarmi all’ordine, perché io mostrassi da subito più rispetto per il nuovo compito che dovevo iniziare. M’impaurì nascondendo il volto nelle sue vesti.<br />
Mia madre allora si abbassò, con un gesto che non avrei mai dimenticato: mi parlò all’orecchio e mentre lo faceva, involontariamente, il velo di cui il suo capo era coperto creò una piccola tenda abitata per un attimo da noi due sole. Tenere e chiare anche le poche parole che mi disse e che ricordo ancora limpidamente:  “Vedi Maria, il gioco nuovo sta per iniziare. Il sacerdote me lo ha detto, tu ora salirai le scale compunta e riposata, ma bisogna stare molto ferme perché altrimenti le tue colombine potrebbero spaventarsi … Dopo quando sarai là dentro, protetta dalla fuga delle colonne e da pareti spesse come braccia, danza pure come vorrai. E ricordati Maria, ad ogni passo di danza io sarò con te… Non temere le voci dure dei sacerdoti, fanno parte della danza. Sono il comando di aumentare il ritmo. Ora sali, Maria, presto ci rivedremo. E quando verremo a prenderti saprai compiere ogni genere di passo  imparato là dentro. Balleremo insieme nel nostro giardino, nel sole,  e tu mi insegnerai movenze nuove…”<br />
Poi mia madre aprì la nostra tenda, e dolcemente mi spinse avanti. Sentì un leggero tremito che dal suo braccio si trasferì alla mia schiena, pensai che fosse stato lo sforzo di tenere la tenda chiusa o forse di immaginare passi di danza nuovi. Li imparerò, madre, dissi dentro di me, voltandomi a guardarla un’ultima volta. Lei mi sorrise e il suo sguardo era velato di pianto: pensai a come doveva dispiacerle il fatto di non poter venire con me a imparare la danza con Dio, ma ero felicissima perché presto avrei potuto insegnargliela io…<br />
Salii le scale con una consapevolezza nuova ed una leggerezza tale che anche il mio vestitino pareva essere cambiato. Oggi, quando balliamo leggeri io e Gesù, penso spesso a come in quei mesi imparai a volteggiare tra le colonne, a mettere i piedi nel posto giusto: sempre mi veniva dato un bellissimo compagno per la danza, leggero e presente, ma un giorno capì che lo vedevo solo io. Un sacerdote infatti, passando, disse ad un altro dalla barba lunga: “sono mesi che la bambina rimane da sola, eppure si muove sorridendo sempre…”<br />
Capisci ora, Gesù, dove tua madre a imparato a danzare sorridendo?</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-presentazione-al-tempio-di-maria/">La presentazione al Tempio di Maria</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/la-presentazione-al-tempio-di-maria/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;La mia Dulcinea&#8230;&#8221;</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-mia-dulcinea/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/la-mia-dulcinea/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Aug 2015 07:35:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=601</guid>
		<description><![CDATA[<p>&#8220;La mia Dulcinea&#8230;&#8221; In quella bettola il sole filtrava poco e se di un biondo si doveva parlare era quello ridotto del liquido sotto alla &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-mia-dulcinea/">&#8220;La mia Dulcinea&#8230;&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>&#8220;La mia Dulcinea&#8230;&#8221;</strong></em></p>
<p>In quella bettola il sole filtrava poco e se di un biondo si doveva parlare era quello ridotto del liquido sotto alla spuma dei tanti boccali di birra che spillavamo io e le mie compagne dietro al bancone sporco dall’uso del tempo: non era più il biondo dei raggi del sole e dei covoni del grano che ricordavo da bambina e da ragazza. La mia era sempre stata una vita da contadina, con tempi semplici da seguire piano: la fatica fisica che facevo curva nelle faccende dei campi non aveva a che fare con la fretta strana che ritrovavo ora nelle mani rozze di quegli uomini che mi frugavano le vesti.<br />
Li ricordavo i campi di grano, nel loro maturare di giugno, e ricordavo anche la fatica di una schiena spezzata sempre ricurva a far covoni, come pure il dolore dei muscoli delle braccia che armeggiavano la falce come fosse un pennello per dipingere un nuovo disegno su quella terra che solcavamo per tagliar spighe. Poi tutto era diventato veloce, non più lento come i ritmi sacri delle stagioni, coi loro lavori, che sfamavano le nostre povere case di contadini. Un uomo, dai lineamenti incerti, era passato nel nostro villaggio e aveva portato via le donne più giovani per trasformarci in donne da bettola, piacere facile in mano a qualunque tipo di uomo che solo avesse gli scudi necessari che gli servivano per fare con noi quanto voleva. Ancora mi chiedo perché mio padre e i miei fratelli non mi avessero difesa quando quell’uomo con rudezza mi  faceva sedere sul suo carro sgangherato e polveroso. Le mie amiche, strappate come me dalle loro case, piangevano e strepitavano disperate, alcune tentavano perfino di divincolarsi e scendere. Ma non c’erano braccia giù a riprenderle, nessun abbraccio noto di affetti consueti in cui potersi rifugiare e che rendesse ragione di quello che, a tutti gli effetti, diventava un rapimento di donne inermi. Le povere case del villaggio erano quasi tutte chiuse, e solo pochi padri o fratelli maggiori assistevano di lontano impassibili a questo carico di indifeso bestiame umano: ovunque un silenzio spettrale e impotente, un’imbavagliata vergogna che consegnava qualche bocca giovane e d’appetito ad un futuro posticcio e tremendo con l’unico scopo di alleviare i morsi della fame di chi rimaneva, e la magra speranza che, da quel lavoro sporco organizzato da altri, qualche scudo logoro sarebbe ritornato anche nel villaggio. Non seppi mai se questo accadeva e se dalla borsa unta dei guadagni del taverniere fosse uscita anche solo una piccola monetina a risarcimento di quella nostra violenta partenza.<br />
Così cercai nel buio acre della mia nuova casa tutti i colori che mi portavo dentro, ma pian piano persi via via anche l’odore pulito dell’aria e della terra, dell’erba seccata e del fieno appena tagliato, del latte che cagliava aspro nel primo formaggio del mattino, dei fiori di camomilla appesi per i decotti. Entrò in me un unico odore indescrivibile, un flusso mischiato di memorie legate a gesti sempre uguali, che non riuscivo a togliermi di dosso: stesso cibo sempre uguale e molto scadente, dall’odore di sugo riscaldato proposto come nuova pietanza a nuovi ospiti affamati, stessa birra inebriante solo per l’alcol anonimo che conteneva senza gusto, stesse pelli che sapevano di cuoio e di fatica senza il riguardo di piacere ad una donna. Noi eravamo infatti solo femmine di taverna, non una conquista amorosa, ma un semplice acquisto temporaneo a cui nulla si doveva se non la fretta di un appetito veloce e transitorio che aveva perso la poesia del vento e dell’attesa, di quelle cavalcate notturne in cui tutti quegli uomini avevano forse pensato sognanti alla bellezza di giacere con una donna mentre ancora non l’avevano vicina. Ma ora, arrivati lì, col ventre sazio, la sete tolta e il sonno appresso avevano un solo chiodo fisso: togliersi l’ultimo, fisico bisogno… Mentre mi prendevano avidamente mi chiedevo sempre se ricordassero ancora il canto della loro madre, lo stesso odore di camomilla che portavo dentro io, il profumo del bucato, la luce delle candele notturne dove forse una nonna o una sorella maggiore raccontava loro storie di draghi e cavalieri, di principesse salvate e ricompense trovate… Dov’erano quei bambini con gli occhi sgranati che erano stati anche loro, con le loro paure che un padre non tornasse dalla guerra o con la tristezza velata di madri a casa che contavano i beni in dispensa con le rughe del viso sempre più profonde un giorno dopo l’altro. Come avevano dimenticato la loro delicatezza di bambini nel consolare il pianto di una madre disperata, il loro inventare giochi per farla ancora sorridere, come pure il trovare piccole cose nei campi per arricchire l’offerta grama di cibo della serata, al solo scopo di vedere ridere la loro sorella maggiore preferita che presto sarebbe andata in sposa e doveva rimanere bella per quel giorno da regina dentro alla piccola chiesa del paese…<br />
Aldonza se lo chiedeva ancora mentre sciacquava in una tinozza di acqua poco pulita una pila di boccali sporchi. Quel giorno era particolarmente buio dentro alla taverna: per questo vide ancor più nitida una rozza figura di cavaliere, tutta bardata, stagliarsi nella luce della porta mentre entrava e dietro un secondo uomo, che dall’abbigliamento si sarebbe detto fosse il suo scudiero.<br />
L’uomo, indescrivibile davvero se avesse dovuto tratteggiarlo alle sue compagne nell’unico momento di intimità serale quando per poco tempo erano libere di raccontarsi gli strani personaggi che quel giorno erano passati nella loro vita, si avvicinò al bancone dove lei, sola, armeggiava in quel momento.<br />
La guardò con rispetto, con uno sguardo che mai più avrebbe scordato in tutta la sua vita: non esistevano sguardi simili lì dentro, come non esistevano nobili tappezzerie, tende di broccato o profumazioni francesi addosso agli avventori o alle stesse ragazze. Quello sguardo era una terra straniera, arrivava da un altro mondo che non conosceva.  Aldonza si chiese subito se finalmente fosse stata esaudita e fosse arrivato quel qualcuno che ricordava in sé i fiori di camomilla e il sorriso della propria madre… Ma non era così: non era residuo di umanità rimasta in quell’uomo, non era gentilezza naturale in un’indole miracolosamente preservata dalla rozzezza. Lo riguardò col fiato sospeso per lo stupore, e di nuovo lui senza parlare le rimandò una sguardo che, per la prima volta, la rivestiva delicatamente e non la svestiva come sempre accadeva, uno sguardo che le diceva quanto valesse per lui, che onore fosse incontrarla, che dono quel giorno gli avesse fatto la vita nel presentargliela davanti.<br />
Rimase sconvolta, al punto da non capire neanche le parole ampollose e impostate che lui iniziava a dirle, e sullo sfondo la mimica strana di quel particolare scudiero che invece di enfatizzare le parole del suo cavaliere, con evidente espressività, cercava di minimizzarne il discorso quasi a dirle di non farci caso, che non stava succedendo niente. Lo stupore in lei era tale che la paralizzava e solo sentì dirgli: “la mia Dulcinea…”.  Dulcinea, ma perché l’aveva chiamata così? Chi era Dulcinea del Toboso?Per quale donna dunque l’aveva scambiata quell’uomo? Che delusione, cominciava a pensare, quello sguardo dunque non era per lei! Eppure lui ora le stava ancora sorridendo anche mentre lei lo invitava a sedersi per essere servito col suo scudiero ad un tavolaccio. E lui sempre la guardava, la guardava, la guardava avvolgendola tutta. Aldonza, o meglio Dulcinea, sentì che qualcosa cominciava a sciogliersi dentro di lei: non sentiva altro attorno a sé, se non quello sguardo che la isolava sapientemente da quel posto che consueto le si appiccicava addosso come un destino di condanna o una vestaglia sdrucita recuperata a caso per salvare un suo ultimo estremo pudore.<br />
Lei Dulcinea, una principessa agli occhi di quell’uomo, che capiva bene quanto avesse la mente turbata da strane visioni in cui lui solo sembrava abitare: ecco perché il suo scudiero sempliciotto e realista sembrava difenderlo standogli alle spalle e smontando a smorfie l’eloquenza dichiarata delle sue visioni. Eppure quell’uomo era vivo di fronte a lei e le chiedeva implicitamente di mettere il piede dentro alla nuvola di una sua visione amorosa, in cui lui era il cavaliere e lei la nobile principessa per cui egli era disposto a rinunciare a tutto pur di difenderla. Dulcinea, le aveva scelto anche un bel nome, che conteneva il seme della dolcezza e la musicalità delle favole cortesi; era stato gentile quel cavaliere folle a farle tale regalo di vita in quel giorno, in quel momento, quando la pila dei bicchieri sporchi sembrava toglierle ogni sentimento dal cuore e ogni possibile rigurgito dall’anima: stava diventando, quasi senza accorgersene, solo mani che pulivano, narici impregnate di tanfo, membra pronte per essere toccate senza amore.  Dulcinea, sembrava il nome di una sposa, una principessa sposa … Senza accorgersene, mentre con sforzo immenso si apprestava a portar loro la solita pietanza riscaldata, si rese conto di toccare a tratti il suo corpo stordito, la sua scollatura mal celata da uno straccetto di pizzo scuro che doveva risultare lascivo e attraente. Si sentiva, quasi senza saperselo spiegare, ricoperta di un abito di fine broccato e sulla fine grana del suo petto sentiva pesare la finezza cesellata di un diadema appena indossato per essere pronta ad una presentazione regale.<br />
E soprattutto si sentiva diversa dentro: sapeva di non essere una principessa, lei non abitava il regno della follia come quel cavaliere dalla “trista figura” che le si era parato innanzi quel giorno. Come pure sapeva di non essersi rifugiata in un sogno irreale per poter scappare dalla sua sordida quotidianità: da tempo aveva imparato a non fuggire in mondi irreali e finti che poi, al suo ritorno dopo l’evasione, le avrebbero fatto sentire maggiormente lo squallore di quel quotidiano. Era cambiata invece, in pochi minuti, solo grazie a quello sguardo vellutato e profondo, la percezione che lei stessa aveva di sé, oltre tutto e oltre tutti.<br />
Avrebbe potuto sentirsi una figlia di re oltre la crudezza di ciò che doveva vivere e forse, lo diceva ammiccando, come fossero paggetti e damigelle, alla fila di stoviglie sporche che doveva sparecchiare, poteva trovare una dignità nuova in ogni suo gesto quotidiano e svilito. Avrebbe rivestito di velluto la sua ruvida dimensione giornaliera proprio grazie ad un cavaliere, sconosciuto e nuovamente in partenza, perché aveva avvertito nell’immensità di un battito il rumore della sua anima bella, del palpito del suo cuore pieno di coraggio, del muoversi regale delle sue mani, del sentirsi viva dentro alle sue vesti brutte, del suo alzare e abbassare a sua volta uno sguardo autonomo e rivelatore. Ora, quella fecondità di madre alla quale forzatamente doveva rinunciare, si sarebbe trasformata in potere di generazione nei confronti di tanti uomini tristi che, a Dio piacendo, avrebbero potuto cogliere tra carezze impetuose il potere salvifico del suo sguardo che garantiva: tu sei qualcuno oltre le tue sconfitte ed i tuoi tradimenti, tu esisti perché io ti guardo per farti esistere. Questo il regalo che le aveva lasciato il cavaliere folle, questa Dulcinea ora lo vedeva ripartire senza rimpianto, questa principessa ora creava un tempo in cui attendere quella promessa di una conquista che l’avrebbe salvata dalla segregazione in una torre, da un drago feroce, da un promesso sposo troppo anziano, da un corpetto logoro che le andava troppo stretto e le era stato buttato senza cura sul letto con uno sgarbato  “metti questo!”. Metti questo, Dulcinea, mettiti il mio sguardo…</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-mia-dulcinea/">&#8220;La mia Dulcinea&#8230;&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/la-mia-dulcinea/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il centurione Cornelio e una coorte&#8230;</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/il-centurione-cornelio-e-una-coorte/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/il-centurione-cornelio-e-una-coorte/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2015 16:20:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=587</guid>
		<description><![CDATA[<p>Leggendo Atti degli Apostoli 10,1-48 Erano le sere d’estate che piacevano a Cornelio, quelle in cui la coorte si accampava dopo le marce estenuanti della &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/il-centurione-cornelio-e-una-coorte/">Il centurione Cornelio e una coorte&#8230;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo Atti degli Apostoli 10,1-48</p>
<p>Erano le sere d’estate che piacevano a Cornelio, quelle in cui la coorte si accampava dopo le marce estenuanti della calura del giorno e lui, suo centurione, poteva sentirne quasi il respiro come di corpo steso, spossato, sdraiato a riposare. Era così che immaginava la sua coorte, come un corpo maschio addestrato, coi muscoli dolenti per l’eccessivo sforzo, induriti nel tempo della sosta, ma rilassati nel ritmo del respiro ancora all’unisono del passo della marcia tenuto durante il giorno. Un battere e un levare della vita, dove la sua mano di comandante sfregava un polpaccio indurito come a rinfrancarlo, strofinava un graffio quasi a cancellarlo, lavava la pelle abbrustolita dal sole e dalla troppa polvere raccolta sulla strada. Quel corpo di uomo, la sua coorte, era fatta dai tanti volti e corpi dei suoi sottoposti, che non poteva dire di amare come fratelli, questo era un concetto che ancora non capiva, ma che inglobava in sé come testa di un corpo che doveva rispondere ad ordini più alti di lui… Di quel corpo fatto di corpi lui era responsabile, nelle loro stanchezze, nelle loro vigliaccherie, nei loro affanni e nelle loro prepotenze pericolose che avrebbero messo in pericolo non solo il singolo, ma tutto l’insieme, se lui non avesse ascoltato ogni respiro serale, per poi aver il polso di tutto nel giorno successivo, in marcia e sul campo di battaglia.<br />
Questi pensieri faceva Cornelio, il centurione, in quel tempo di riposo che gli era concesso nella sua casa presso la sua famiglia, a Cesarea: si stupiva di trovarsi così preso dal pensiero dei suoi uomini, proprio ora che avrebbe invece avuto ogni consolazione solo dal vedere l’inquieta bellezza del sorriso dei suoi figli adolescenti, la spensieratezza dei suoi bambini più piccoli, la serena gioia di sua moglie che assaporava questa rara convivenza con lui, come se quei momenti fossero tutti tanti gioielli che lui le avesse portato come bottino di guerra al suo ritorno.<br />
Eppure, ultimamente, si ritrovava inquieto, con pensieri ricorrenti e densi sul senso della vita, non solo la sua, ma quella dei suoi uomini, dei suoi familiari, dei suoi amori presenti e passati. Sentiva di aver bisogno che quel respiro, che calcolava come pacchetto d’aria per i suoi polmoni sufficiente alla marcia e all’assalto del nemico, diventasse anche un luogo di consolazione e di apertura di orizzonti. Ecco, ora lo capiva, le sere d’estate erano anche struggenti momenti nell’indugiare dell’ora di luce che non vuole finire; se lo chiedeva, Cornelio, quanto sarebbe durata la luce del suo giorno, e dopo, una volta sopraggiunto il buio, cosa sarebbe accaduto. Ma poi, lo chiedeva a se stesso o a un qualche dio glorioso a cui non sapeva ancora dare un nome? Sapeva da tempo di non rivolgersi più agli antichi dei patrii, quelli a cui sacrificare primizie prima sugli altari della grande Urbe, poi nelle meravigliose città fondate nelle Province: i templi di Giunone, Artemide, Venere o Marte… No, non erano più loro i suoi referenti, gli interlocutori di quel dialogo interiore continuo, eppur sconnesso, che gli toglieva la pace e gli faceva fare elemosine ai poveri con uno slancio che non capiva, che gli faceva sentire il non senso di offrire vuoti sacrifici ad oscuri signori silenziosi che non rispondevano mai alle sue domande più vere. Sì, perché Cornelio lo sapeva: lui con Dio cercava un dialogo vero, come la preghiera dei Giudei che avevano secoli alle spalle di dialogo col loro Signore, tramite illustri profeti come Elia o Mosè, ma anche più semplicemente con grida di gioia o di dolore nei salmi, le loro poesie “sacre”, o in quegli spasmi di cielo che erano le preghiere in sinagoga dove il rotolo della legge veniva letto e raccontava storie di autentico amore tra un Dio potente e il suo popolo. Un popolo spesso ribelle ma anche un Dio castigatore, un popolo bambino e diseducato ma  anche un dio tanto geloso e innamorato della sua creatura da volerla salvare a tutti i costi… Questo lo commuoveva profondamente, e quando nessuno lo vedeva sentiva lacrime calde rigargli il viso cotto dal sole: anche lui voleva un dio così, lo voleva per sé e per la sua famiglia, lo voleva per i suoi uomini che sentiva di amare profondamente anche se non poteva ammetterlo neanche con se stesso, per paura di essere giudicato debole e incapace di gestire il comando su di loro. Voleva piangere davanti a Lui,  voleva chiamarlo padre, raccontargli ogni suo sconforto, ma anche ogni sua aspirazione profonda: era questa dunque quella preghiera di cui da tempo sentiva parlare, di cui capiva che altri uomini erano intimamente nutriti e fatalmente presi? Quindi, quel giorno, sentirsi chiamare per nome da quello strano uomo tutto lucente non fu strano per lui nell’ora meridiana: quell’uomo era arrivato proprio quando il suo bisogno di Dio era un rantolo sotterraneo che non gestiva più. Mentre lo ascoltava disse a se stesso che, chiunque fosse, quel Dio era molto buono e aveva dato l’ordine di rispondere al suo bisogno in quel preciso momento che lui sapeva come di solito servisse per sbloccare un passaggio, per ribaltare le sorti di una battaglia, per mettere in fuga un drappello insperato. E in fondo coerentemente l’uomo gli aveva dato solo ordini, e lui era abituato da sempre ad obbedire, non solo a farsi obbedire: doveva mandare a cercare un certo Simon Pietro, verso Giaffa, addirittura uno che viveva ospite in casa di un altro. Troppe domande gli si affollavano nella mente: perché, a quale scopo, chi era costui… non certo un ricco, dato che era a casa di altri.  Ma intanto una gioia dirompente gli esplodeva dentro: dio, quel suo dio nuovo tanto cercato, aveva risposto, mandava messi, inviava ordini, aveva un piano… un piano d’attacco, per caso un piano per “attaccare” lui e sedurlo nel bene, farlo impazzire d’amore e diventare suo alleato per sempre! Impazzire d’amore: ma cosa gli stava accadendo, quelle erano parole da donne non da uomo, da centurione quale lui era? Si trovava a sorridere da solo, di nascosto da tutti, in stanze vuote della casa, nei giorni in cui aspettava che i suoi messi tornassero con quel Pietro. Era libero ormai, libero di desiderare nel modo in cui lo fa un uomo, ma lo fa anche una donna, quel dio lo aveva capito e dentro di sé avrebbe potuto amarlo con una passione tale che fuori poteva esprimersi solo nel furore maschio che possiede una donna, povera cosa senza quell’amore totale che ora sentiva dentro per il suo Dio che stava arrivando. Sarebbe accaduto in quell’incontro con un uomo annunciato, quel Pietro nuovo di cui immaginava l’aspetto. Fu quando giunse che cadde a terra e non ebbe, dapprima, la forza di guardarlo: fu la sua voce di uomo rude a ridargli una forma in quell’incontro: “Alzati, anch’io sono un uomo”! Un uomo, è vero, aveva tanto aspettato Dio da dimenticarsi che avrebbe incontrato solo un suo annunciatore, ma capì presto che era anche uno che quel Dio lo aveva vissuto, amato, tradito. Tre volte! Ebbero modo di stare insieme, di raccontarsi: tre volte, quell’uomo sembrava prigioniero del numero tre…<br />
Tre volte lo aveva tradito prima che il gallo cantasse nella terribile notte in cui il Signore era stato catturato e torturato, tre volte il Signore gli aveva chiesto se lo amava realmente, tre volte infine gli aveva raccontato di aver visto in una recente visione, a Giaffa, una strana tovaglia colma di ogni genere di animali salire e scendere dal cielo… E dopo il tre Dio parlava, ogni volta, potentemente nella vita di quell’uomo! Cornelio era incantato, non  solo dalla storia incredibile della conversione di quell’umile pescatore che aveva davanti, ma soprattutto dalla straordinaria perseveranza di un Dio Signore che sceglieva il numero giusto per convincere ogni uomo. A Pietro, di fronte a quella tovaglia ricolma di animali misti tra cui orrendi rettili, aveva ingiunto “Uccidi e mangia”, perché tutto diventa puro ora…  A lui, povero centurione di provincia ormai, aveva detto: manda a chiamare un uomo, io sono un dio, come uno è il corpo di coorte di cui sei capo… Uno, era l’uno il suo numero: perché uno sarebbe stato il suo dio per sempre da ora in poi, non più tanti dei.  Una la purezza che gli conferiva Pietro nell’entrare nella sua casa di pagano e nel rivolgersi a lui, impuro rettile di quella tovaglia sacra, a cui veniva rivelata la Verità mentre lo Spirito inondava tutti nella sua casa, lui e i presenti che gli erano tanto cari.<br />
Una infine la lingua nuova che gli uscì dalle labbra, dopo il battesimo: non gli idiomi strani dei tanti popoli sottomessi che aveva incontrato, ma qui una lingua di lode, come un arcaico senso che risaliva da luoghi antichi della sua infanzia dove le cose gli si svelavano ancora piene di una poesia.<br />
Una la confidenza nuova di fratello che lo univa a Pietro, il circonciso ora cristiano, a cui il Signore aveva detto: “ti farò pescatore di uomini”. E lui era Cornelio, il centurione pagano: riunificato animale di quella tovaglia sorretta, lui pesce, rettile, quadrupede e uccello: unico animale di Dio, amato e ammesso nel Suo recinto di una coorte.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/il-centurione-cornelio-e-una-coorte/">Il centurione Cornelio e una coorte&#8230;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/il-centurione-cornelio-e-una-coorte/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Filippo e l’eunuco: l’umile pecora!</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/filippo-e-leunuco-lumile-pecora/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/filippo-e-leunuco-lumile-pecora/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2015 20:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=570</guid>
		<description><![CDATA[<p>Leggendo Atti degli Apostoli 8,26-40 Attraversare il deserto è impresa ardua, soprattutto quando si viaggia su un carro, soli in un’ora di fuoco, quando i &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/filippo-e-leunuco-lumile-pecora/">Filippo e l’eunuco: l’umile pecora!</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Atti_degli_Apostoli">Atti degli Apostoli</a> <a href="http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=At16%2C11-15&amp;formato_rif=vp">8,26-40</a></p>
<p>Attraversare il deserto è impresa ardua, soprattutto quando si viaggia su un carro, soli in un’ora di fuoco, quando i sobbalzi continui fanno contare i sassi sotto le ruote, pur senza vederli nel velluto della sabbia.<br />
Un ritmo scandito, quello dei sobbalzi, che l’eunuco cercava di contrastare leggendo ad alta voce il rotolo della Scrittura. Tornava da Gerusalemme, la città del Grande Re, la città del Tempio dove il tesoro era già impresso nelle belle pietre di cui era ornato… Gerusalemme, la città santa del culto, gli era rimasta impressa dentro. E’ vero, aveva visto mendicanti e supplici ai bordi delle strade, poveri e storpi stesi a terra nella speranza di essere guariti anche già da quel suolo sacro bagnato dal gran tempio. Eppure tutto in Gerusalemme diceva regalità e tesoro. Due parole: re e tesoro, due parole che comprendeva bene perché le conosceva fin da bambino, quando il suo diventare eunuco aveva avuto il senso di servire liberamente la sua regina, Candace, la regina madre come tante altre regine prima di lei, sorelle e figlie di una dinastia bruna e slanciata, dalle gambe lunghe come l’antilope e dagli occhi umidi come la gazzella. Per lui era naturale sentire la regalità nell’aria e la sua ricchezza intrinseca, che risiedeva in centenari cumuli di gioielli, oro, monili, pietre preziose e denari… Bottini di guerra, prede facili portate via a carovane e pattuglie nemiche, tesori consapevoli appartenuti a popoli inconsapevoli e a poveri senza storia.<br />
Il popolo non aveva storia, non aveva ricchezza ma aveva un sesso. Lui, diversamente, figlio del popolo ma presto portato a corte per una sua bellezza naturalmente fine e senza marcature, era stato reso eunuco, privo di sesso, all’età di appena quattro anni. Eppure nella sua adolescenza struggente aveva imparato a guardare bene i due estremi: nella reggia la sua regina, femmina per discendenza e fertilità, dagli occhi blu dietro al velo perenne, e laggiù il popolo misero ma fecondo, che si sposava e figliava in umili capanne, tra piacere e sporcizia, grida di parti e gemiti di godimento. Vite, nascite, morti, unioni… donne forse spesso violate con uomini vicini dal sesso prepotente, ma chiaro.<br />
Questa chiarezza a lui era stata negata in quella sua molle fusione di caratteri, in quella sua voce eternamente bambina, in quei suoi modi in cui anche una rabbia naturale diventava cortesia indotta per serviri i desideri regali. E con la cortesia, negli anni, aveva ottenuto il potere, quello di un uomo naturalmente privo di appetiti, e un potere immenso sui favolosi tesori della regina, diventando il suo primo sovrintendente: compensazione intensa, ma sufficiente?<br />
Se lo chiedeva tornando da Gerusalemme, città ricca di tutto quello che lui sapeva capire, letti di re e spasmi di poveri, sfarzo di oro e sudore di sangue, tempio splendente e vie desolate solo di polvere. Ma quella Scrittura, tratta da Isaia, che teneva tra le mani e leggeva a voce alta, l’eunuco non la capiva… non conteneva i due estremi che ben conosceva, il massimo e il minimo che aveva visto nella città santa. Quella Scrittura era solo minimo, parlava di un’umiliazione così totale da togliere il respiro, ricordandogli solo la sua condizione di uomo mancato. Così, per non sprofondare nel solco noto del suo tormento, l’eunuco leggeva seguendo il ferreo consiglio dei Rabbini: “<em>Chi viaggia e non ha un compagno, legge la Legge.</em>”<br />
Aveva gli occhi pieni di deserto mentre leggeva di un uomo come pecora condotta al macello, senza voce, senza possibilità di aprire la bocca, senza un giudizio su di lui che rimettesse le cose a posto, eppure con un’infinita posterità&#8230; Una vittima, dunque, ma feconda: questo gli scaldò il cuore e quando lesse, nel passo, di quella posterità la sua voce, alta nella solitudine in cui credeva di trovarsi, si incrinò per la commozione. Per questo sussultò quando gli comparve davanti improvvisamente un uomo che, senza alcun saluto, gli chiese solo: “Capisci quello che leggi?”. Mentre, come bloccato, gli rispondeva meccanicamente di non capire, sentiva invece di voler narrare a quell’estraneo tutto il suo dramma, di quel suo essere uomo senza senso, di quel suo essere pecora da macello, a cui a quattro anni avevano tolto anche la possibilità di essere giudicato e salvato, di uomo solo senza alcuna posterità. Quella pecora, nel libro del profeta, invece ce l’aveva… L’uomo arrivato dal nulla, Filippo si chiamava, lo guardò con sguardo mite e gli sorrise come accogliendo ciò che lui gli diceva solo dentro, in un desiderio di essere capito come mai aveva provato prima. Desiderio di narrarsi, desiderio di vivere una nuova vita, desiderio di ricevere senso nell’unico luogo e nell’unica persona che era il Senso. Quel Gesù, Filippo gli spiegò, Lui era quella pecora, quel Gesù morto crocifisso su un monte della grande Gerusalemme e risuscitato in un suo giardino appena tre giorni dopo. Quel Gesù lo avrebbe reso pecora nuova, feconda e fertile come gli altipiani della sua patria, dove il verde pieno della vegetazione non gli avrebbe più dato alcuna noia accanto al brullo della sua condizione.<br />
Fu così che, alla prima pozza d’acqua, si trovò a chiedere: “Ecco, qui c’è acqua, cosa mi impedisce di essere battezzato?”. E poi, mentre Filippo compiva in lui quel sacro gesto, vedeva dentro l’umile pecora che beveva piano, alla fonte di un’acqua che toglieva per sempre la sete. Più tardi, solo più tardi, avrebbe letto un’altra parola di quel Gesù: “Chi ha sete venga a me e beva… Fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno.”<br />
Quanti modi di essere fecondi da un’unica Acqua aveva capito!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/filippo-e-leunuco-lumile-pecora/">Filippo e l’eunuco: l’umile pecora!</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/filippo-e-leunuco-lumile-pecora/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La giovane schiava che profetizza</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-giovane-schiava-che-profetizza/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/la-giovane-schiava-che-profetizza/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2015 16:52:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=561</guid>
		<description><![CDATA[<p>&#160; Mi avevano sempre detto di parlare fin da quando ero bambina: “Parlaci, forza, dicci cosa sai!”. Prima i miei compagni, i figli degli altri &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-giovane-schiava-che-profetizza/">La giovane schiava che profetizza</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Mi avevano sempre detto di parlare fin da quando ero bambina: “Parlaci, forza, dicci cosa sai!”. Prima i miei compagni, i figli degli altri schiavi, che si erano accorti di come indovinavo sempre per prima nei nostri giochi, di come sapevo cosa ci fosse sotto il tappeto vecchio che usavamo da nascondiglio, di quale animale catturato con la fionda fosse la pelle che veniva mostrata dai ragazzi più grandi e coraggiosi… Ma anche si stupivano di come indovinavo i sentimenti che provavano, come li leggessi nei loro corpi trasparenti simili a vasi di vetro dove i pensieri di rabbia, invidia o gelosia a me parevano chiari prima ancora di apparire in un dispetto che io sapevo abilmente prevenire per avvertire subito le mie compagne perché si difendessero.<br />
Così i miei genitori: con imbarazzo sommo cominciavano a capire che io ero diversa, che non dovevo ascoltare solo la loro voce da sempre fin da piccola, ma che mi abitavano anche altre parole di cui non conoscevano l’origine ma erano parole fulminee che precedevano i cieli, gli eventi e i sentimenti. Parole comode per prevenire le disgrazie, ma anche parole ingombranti quando le vicende non si potevano evitare e si sapeva già prima che sarebbero state funeste… Ricordavo ad esempio quella volta in cui la mia zia più giovane, sorella di mia madre, doveva salire nelle cucine come tutte le mattine: era una schiava… Ma come si poteva sopportare che anzitempo io sapessi che quel giorno le sarebbe accaduto ciò che mia madre non poteva digerire: le attenzioni del vecchio padrone, gli eccessi rivolti alla sua bellezza giovane ed ardente, il togliere ogni potere ad una schiava che, inerme, non avrebbe avuto la voce per difendersi… E mia madre di sotto, impotente, che sapeva tutto, sulla base di quelle mie parole, estorte per caso a colazione.<br />
Capì allora, all’età di dodici anni, che quel mio dono mi avrebbe rovinato finchè un giorno un uomo mi avrebbe liberato: l’avevo visto e già io lo sapevo. Un uomo buono, rapito dal Suo Dio, avrebbe zittito la mia voce che ora era tanto prepotente e aveva un ritmo dominante.</p>
<p><em>La voce allora diceva l’imminente,<br />
sgradevole e saccente nel suo tono,<br />
terribile e spietata nel suo senso<br />
di quando c’è un’anticipazione<br />
pesante nel togliere il respiro.<br />
La voce mi disturbava tanto<br />
e poi fu tutta la mia fama<br />
che presto fu raccontata in alto,<br />
per caso di fronte ai miei padroni. </em></p>
<p><em>Ricordo, mi fecero chiamare,</em><br />
<em> mi chiesero soltanto cose loro</em><br />
<em> che poi sarebbero successe:</em><br />
<em> gli affari, i matrimoni andati,</em><br />
<em> le cose passate nella casa,</em><br />
<em> che erano segreti di famiglia,</em><br />
<em> che io mai avrei saputo</em><br />
<em> narrare senza quell&#8217;aiuto</em><br />
<em> di un gracchiare rotto e strano,</em><br />
<em> che in me pareva di un uccello</em><br />
<em> rapace nel cuore della notte.</em></p>
<p><em>Capirono che io ero preziosa<br />
e fonte proficua di un guadagno<br />
più ampio che commerciare in vasi<br />
o anche in terracotte varie:<br />
mi aprirono in fondo alla bottega<br />
lo spazio di una stanzetta nuova,<br />
velata da tende di damasco<br />
che davano la veste di prezioso<br />
a quelli che entravano nel turno<br />
che uno di fuori stabiliva. </em></p>
<p><em>Chiedevano ogni genere di cosa:</em><br />
<em> amori, desideri, acquisti,</em><br />
<em> perfino i prezzi di una casa</em><br />
<em> o anche di una giovenca nuova…</em><br />
<em> Spremevano e la voce raccontava,</em><br />
<em> strozzandosi in fondo ai pomeriggi</em><br />
<em> dove mi rimaneva appena</em><br />
<em> il fiato per un sorso d’acqua.</em><br />
<em> Di giorno lasciavano che uscissi</em><br />
<em> in piazza per offrire a tutti</em><br />
<em> il dono, pur sempre da pagare,</em><br />
<em> di quello che sapevo dire.</em></p>
<p><em>Fu lì che vidi Paolo e Sila,</em><br />
<em> gli uomini di un Dio troppo diverso</em><br />
<em> da quello adorato dai padroni.</em><br />
<em> E dentro la voce mi scavava<br />
e fuori ripeteva solo<br />
che erano due servi dell’Altissimo,<br />
e da loro veniva la Salvezza.<br />
Non davo un senso alle parole<br />
e in fondo più non le capivo<br />
più forte poi le ripetevo,<br />
strisciando e seguendo i loro passi<br />
da cane che sa far la punta. </em></p>
<p><em>Un giorno Paolo si è girato:</em><br />
<em> ho visto la sua contraddizione</em><br />
<em> di uomo che sa intravvedere…</em><br />
<em> Mi ha preso piano piano per un braccio</em><br />
<em> e forte mi ha ripetuto in volto</em><br />
<em> la forza di una liberazione,</em><br />
<em> rivolta non tanto a me persona</em><br />
<em> ma solo al fiotto della voce:</em><br />
<em> «In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei».</em></p>
<p>Sono caduta a terra, come strattonata da uno che esca precipitosamente sbattendo la porta di una stanza che desidera solo lasciare. Il ritmo, ossessivo da anni, era cessato. Non si era fermato però il battito del mio cuore, ma solo il metro di quel canto epico e improprio che non mi apparteneva, lira di un altro maestro che detestavo. Non sentivo dentro più parlare nessuno, anche se tante voci fuori di me continuavano a ciarlare, e a commentare il fatto prodigioso che Paolo, l’apostolo del Cristo, aveva appena compiuto… Il Suo compagno, Sila, lo guardava stupito, forse anche un po’ preoccupato, per il gesto forte che aveva appena fatto: sapeva bene quanto si sarebbero infuriati i miei padroni, subito chiamati dalle donne della casa perché la serva indovina ora non sapeva più dire nulla. Ebbi paura: mi raccolsero da terra i miei padroni, mi fecero domande a cui io non sapevo più dare la minima risposta… Cominciarono ad accusare me e soprattutto i due uomini, Paolo e Sila erano i loro nomi, li sentivo chiamare e precipitosamente li vidi trascinare davanti ai capi della città, per l’ingiustizia che avevano compiuto: togliere un’onesta fonte di guadagno a una degna famiglia della città. Li sentì accusare del fatto che fomentassero disordini pubblici, dire menzogne sul loro conto e sulle nuove pratiche che diffondevano. Con dolore sommo li vidi mentre li spogliavano e li bastonavano pubblicamente prima di chiuderli in carcere come sobillatori pericolosi… Ero tra la folla che osservava tutto questo, straziata perché pagavano di persona non solo il prezzo della mia liberazione ma anche quello della mia libertà interiore, anche se fuori rimanevo una schiava. Fu allora che nel mio cuore non sentì più quel singolare silenzio che era sceso dopo l’accadere del fatto, ma udì nascermi dentro una nuova dolcissima voce:</p>
<p><em>Tu sei preziosa,<br />
tu mi appartieni,<br />
tu sei figlia di Re.<br />
Loda il tuo Dio,<br />
che ha fatto per te<br />
cielo e terra,<br />
con parole di donna… </em><br />
Ringraziai quei due uomini, nel mio cuore, perché ora un nuovo Maestro istruiva il mio cuore senza farne mercato.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/la-giovane-schiava-che-profetizza/">La giovane schiava che profetizza</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/la-giovane-schiava-che-profetizza/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;angelo custode di un kairos</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/langelo-custode-di-un-kairos/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/langelo-custode-di-un-kairos/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 29 Jun 2015 06:49:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.amarilli.eu/?p=551</guid>
		<description><![CDATA[<p>Leggendo Atti degli Apostoli 12,1-11 Gli ordini di Dio sono riverberi luminosi nella nostra mente indistinta di schiere d’angeli. Come in una pallida somiglianza di &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/langelo-custode-di-un-kairos/">L&#8217;angelo custode di un kairos</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo Atti degli Apostoli 12,1-11</p>
<p>Gli ordini di Dio sono riverberi luminosi nella nostra mente indistinta di schiere d’angeli.<br />
Come in una pallida somiglianza di quel che avviene agli uomini quando cercano di amarsi veramente sulla terra, così, anche quella volta, io mi resi conto di rispondere al lampo di desiderio di Dio, che in quell’istante, toccava a me. Non mi veniva affidata la persona di Pietro perché la custodissi tutta la vita, perché ne fossi l’eterno custode dal suo nascere fino al momento in cui lo avrei ricondotto ai piedi del Suo Trono, un altro ci aveva già pensato fin dai suoi inizi.<br />
Sentivo invece che mi veniva chiesto di diventare solo il custode di un attimo cruciale della sua vita, di una liberazione straordinaria e lieve, veloce nel suo procedere, in cui egli avrebbe avvertito la mano di Dio operare potentemente nel buio della sua prostrazione. “Un miracolo” avrebbero detto gli astanti e soprattutto i suoi amici, un fatto che contribuiva a dar forza all’annuncio del Regno… Io dunque, custode del suo kairos, del tempo favorevole in cui avvertire il tocco del Padre che si prende totalmente cura di un uomo ed esiste per lui, commuovendolo fino alle lacrime: in questo modo si sarebbe sentito Pietro grazie al mio agire. Io ero solo lo strumento di una Volontà alta che mi faceva gesto, azione, luce ed indirizzo di strada.<br />
Così discesi nel luogo della pena, discesi staccandomi dalla mia schiera di luce dove il canto era solo e tutto contemplazione di Vita e l’armonia sostanza stessa di una pienezza sconosciuta agli umani che l’avvertivano a tratti in quei brandelli di luce che io ora andavo a preparare per Pietro. Lui, l’amico generoso e irruento di Gesù, l’unico che aveva saputo dirgli con passione che era il Cristo, il figlio del Dio Vivente, ma anche quello che aveva potuto rinnegarlo per tre volte prima del canto del gallo quando il bisogno di amici era uno dei rantoli più strazianti del Signore che pativa sul Golgota. Pietro, quello che aveva pianto amaramente per aver la forza di correre insieme a Giovanni, la mattina del grande Risveglio del suo Signore… Che era corso ad annunciarlo agli altri con la velocità di un ragazzo, pur faticando a stare dietro al giovane e innamorato Giovanni. Pietro che amava Gesù di un amore viscerale e adulto, con emozioni forti e tratti virili, con una lealtà di fondo che neppure lo strazio lacerante di aver rinnegato avrebbe appannato… Pietro che aveva saputo perdonarsi di fronte allo sguardo di Dio il quale per tre volte gli chiedeva se lo amava veramente e gli affidava i suoi agnelli perché li pascesse. Pietro che aveva capitolato di fronte all’amore, arrendendosi alla Sua evidenza più piena: Signore, tu lo sai che ti amo… Fino a lasciarmi cingere da un altro quando sarò vecchio, fino a farmi perseguitare per amor tuo, fino a guidare la tua Chiesa anche se so di non esserne degno!<br />
Era ad un uomo simile che io andavo a sciogliere i ceppi in carcere, era di quel momento che io dovevo essere tramite, momento immenso anche per me, in cui il mio unico desiderio di obbedienza al Padre, Figlio e Spirito mi chiedeva di sciogliere l’amico Pietro dai ceppi, in quella cella voluta da Erode in cui il buio s’era fatto così fitto da poter confondere la mente dell’uomo.<br />
Conoscevo la vicenda particolare del suo arresto, e della sua precedente predicazione, nell’unico tempo che mi era da sempre concesso, come parte della conoscenza divina: in un unico presente vidi il suo arresto, dopo tanti generosi gesti e parole d’Amore insieme a quello straordinario fratello che era Paolo, così diverso da lui, ma così simile in fondo. Giacomo era già stato ucciso a fil di spada dagli uomini di Erode, e ora era stato arrestato anche Pietro in quei giorni degli Azzimi in attesa di essere presentato al popolo per il giudizio, in una sorta di istruttoria politica molto simile a quella che era toccata al Suo Maestro. L’eco della preghiera dei suoi, della sua intera chiesa, in quel momento si era levata unanime e incessante al cospetto di Dio: l’accorato affetto per Lui si era rivolto, in questa attesa densa, al cuore del Padre di Cielo e Terra perché liberasse questo figlio che lo serviva umilmente, ormai del tutto consegnato. Lui, angelo minore di un kairos, era stata la prima immediata risposta dell’Altissimo che ode il grido dell’Amore quando è puro e attraversa i cieli per imminenza di risposta all’uomo che lo cerca con sincero ardore…<br />
Lo aveva dunque trovato addormentato nel buio e stranamente sereno, sorretto dalle preghiere d’amore di chi lo amava, implorazioni che lo portavano su ali d’aquila e gli facevano da guanciale sull’impiantito duro della prigione. Questa la sorte di chi ama Dio: essere sollevato su ali d’aquila, come nel salmo recitato dagli uomini in cui si parlava già di quel loro attimo, di quello che lui stava per vivere con Pietro: <em>Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno, perché non inciampi nella pietra il tuo piede</em>.<br />
Bello per lui, ma che anche gli uomini sapessero, in un’intuizione profonda, che spesso gli angeli li vanno a liberare? Lui, umile parte di schiera impalpabile, non lo sapeva, questo era un Mistero riservato solo al Tutto. Soltanto conosceva che gli avrebbe detto parole semplici come “Alzati in fretta!”, “Mettiti la cintura e legati i sandali” e “Metti il mantello e seguimi!”: parole semplici quelle degli angeli, dirette ad un corpo sapientemente vissuto, come dolci ordini di una madre che accudisce il proprio bambino, parole essenziali senza teoria e bisogno di spiegazioni altre. Sapeva di dover lasciare alla luce di cui egli era fatto l’annuncio della straordinarietà, della natura soprannaturale e sacra dell’evento di grazia che stava avvenendo. A Pietro sarebbe dovuto bastare tutto questo, l’angelo lo sapeva. Così, svegliatosi in fretta e avendo obbedito ai suoi comandi, quello strano pescatore di uomini vinto dell’Amore lo aveva seguito nei corridoi della prigione, ormai libero dalle sue catene, ma in preda ad una totale incredulità che gli faceva pensare piuttosto ad una visione. Riuscirono a passare tutti i posti di blocco e finalmente ad uscire all’aria aperta fino a una strada dove sapeva di doverlo nuovamente lasciare solo. Ignoto posto, anche per lui, l’angelo, dove aveva ordine che le loro strade si dividessero, dove sapeva che l’uomo deve ritornare di nuovo solo in attesa di un nuovo kairos in cui fare potentemente esperienza di Dio. Anche lui, essenza angelica, consapevole dell’inevitabile struggimento che avrebbe causato nel cuore provato di quell’uomo, di nuovo sottoposto ad un difficile passaggio terreno dalla luce al buio.<br />
Ma non era ancora tempo per quel “santo” di vivere in una Luce perenne!<br />
Il fremito delle mie ali segnò il saluto di cui non sapevo se Pietro si fosse accorto… Ma era un arrivederci, non un addio: il buio a cui lo lasciavo non era poi così fitto, era fatto di sorrisi d’uomini che lo ritrovavano, parole di salmi di lode recitati insieme, nuovo dolore umano da soccorrere, intimi pensieri struggenti rivolti all’amico Gesù, docili sguardi rivolti al Cielo per dire ancora grazie al Padre, gemiti inesprimibili dello Spirito in stanze dovute e solitarie.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/langelo-custode-di-un-kairos/">L&#8217;angelo custode di un kairos</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.amarilli.eu/langelo-custode-di-un-kairos/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
