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	<title>Amarilli &#187; CommentiAmarilli</title>
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	<description>La poesia del cuore</description>
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		<title>Lombi sorridenti</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 06:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>San Sebastiano Sta in piedi come uno che giace, sostenuto da una gran volontà. Remoto come madri quando allattano e in sè composto come una &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>San Sebastiano</strong></em></p>
<p><em>Sta in piedi come uno che giace,</em><br />
<em> sostenuto da una gran volontà.</em><br />
<em> Remoto come madri quando allattano</em><br />
<em>e in sè composto come una ghirlanda.</em></p>
<p><em>E vengono le frecce: una , poi l&#8217;altra,</em><br />
<em> quasi scoccate dai suoi stessi lombi,</em><br />
<em> vibrando all&#8217;altra estremità metalliche.</em><br />
<em> Ma il suo sorriso è oscuro, invulnerato.</em></p>
<p><em>Solo una volta si fa grande</em><br />
<em> la sua amarezza e gli occhi, penosamente nudi</em><br />
<em> negano ciò che è vile,</em><br />
<em> come se rifiutassero sprezzanti</em><br />
<em> i distruttori di una cosa bella.</em></p>
<p>(Rainer Maria Rilke)</p>
<p>Liberandolo da secoli di iconografia “violenta”, che ne fa un uomo inerme legato a un palo, Rilke lievemente regala qui al suo San Sebastiano la possibilità di stare in piedi, giacendo: è un uomo fiero, non vinto e fiacco&#8230;. Ritto sentendosi quasi morto, solo in preda a una <em>gran volontà</em>: sì, perché, nonostante tutto, quest’uomo resiste in quanto &#8220;vuole&#8221;.<br />
In fondo, sembra deciderlo ancora lui se resistere o meno, non una morte crudele decisa da altri&#8230; E in questo, è verissimo, si recupera un essere remoti dal reale come una madre che stia allattando il figlio e quel succo che spreme la rende così unica nel suo nutrire, tanto che tutto il resto è ormai lontano. Anche spremere certi succhi di volere rende spesso troppo lontani dalla normalità di fatti, persone, eventi&#8230; Si diventa così “ghirlande”, di una compostezza come unico autocontenimento possibile, che i più scambiano o per suberbia o per disadattamento&#8230;. Ma è ghirlanda!<br />
E quelle frecce, i tanti strali della vita interiore ed esteriore, così continue e frequenti, sono metalliche <em>all’altra estremità</em> perchè insinuano il dubbio, in questo caso nel martire prescelto, di essere autoprodotte dai lombi inquieti che generano morte&#8230; Siamo innocenti o colpevoli del nostro dolore? Di nuovo bisogna tornare ghirlande composte per non morire sotto a una simile domanda&#8230; E quando si ripetono cicli di debolezza, punizione, e resa umile fiaccata, sono nati dai nostri lombi o da altri lombi quei cicli?<br />
Ora non più solo ghirlanda, ma sorriso come cura! Quel sorriso di cui a Sebastiano sembra naturale adornarsi, pur vivendo uno spazio così atroce, sorriso senza finzione e denso di una protezione oscura e invulnerabile&#8230; Ecco perché, forse, quel sorriso si fa grande.<br />
E infine l&#8217;<em>amarezza </em>dello sguardo, che forse è apparso tanto raramente nella sua vita santa&#8230; Ma che egli ora, da uomo stretto a un palo, avverte benissimo che affiora, occhi nudi di fronte a chi lo umilia, o meglio, umilia il bello che Dio ha tessuto in lui (la <em>cosa bella</em> di cui Rilke adombra).<br />
E succede in tanti modi che il martire venga <em>distrutto</em>, negato&#8230; negato in ciò che vilmente non si riconosce: l&#8217;ingenuità di Dio nella sua carne, inclusa tra le frecce, che sgorga da lombi sorridenti.<br />
L’ingenuità di Dio che si chiede perchè esista la punta di una freccia in ogni sprazzo di pura Riconsegna.</p>
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		<title>La parola del corpo</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-parola-del-corpo/</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2015 08:29:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quante volte han vacillato questi poveri piedi, può dirlo solo la bocca saldata &#8211; prova! Puoi smuovere il chiodo micidiale &#8211; prova! Puoi alzare le &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Quante volte han vacillato questi poveri piedi,<br />
può dirlo solo la bocca saldata &#8211;<br />
prova!<br />
Puoi smuovere il chiodo micidiale &#8211;<br />
prova!<br />
Puoi alzare le cerniere d&#8217;acciaio,<br />
sfiora la fronte fredda &#8211; così spesso ardente,<br />
sollevale, se puoi, i capelli spenti<br />
prendi in mano le dita di diamante<br />
che non infileranno più un ditale.</em></p>
<p><em>Ronza<br />
una mosca pigra<br />
alla finestra in camera.<br />
Sfrontato </em><em>brilla il sole<br />
contro il vetro a macchie.<br />
Fiera<br />
la ragnatela pende dal soffitto,<br />
casalinga indolente, tra margherite,<br />
stesa.</em><br />
(Emily Dickinson, Traduzione di Silvia Bre)</p>
<p>Mi sembra splendida la dimensione corporea che la Dickinson descrive nella prima parte di questa particolare poesia, e tanto mi pare possa rivolgersi a un “altro da sé”, parlandogli da un corpo che si sta &#8220;cristallizzando&#8221;, un corpo bloccato da tanti gesti mancati.<br />
E&#8217; un corpo semi-paralizzato che viene guardato: <em>bocca saldata</em>, <em>chiodo micidiale</em> (fitte di dolore ovunque), <em>cerniere d&#8217;acciaio</em> (chiusure posturali), <em>fonte fredda così spesso ardente</em> (una febbre percepita), <em>capelli spenti</em> (perdita di lucentezza che non figura come esteriore problema di cura estetica, piuttosto tristezza interiore, carenza di nutrienti per corpo e anima&#8230;), <em>dita di diamante</em> irrigidite che sembrano non saper più lavorare (aver perso quasi ogni possibile manualità)…<br />
Così il corpo dà segnali all’esterno, un corpo approdato e portato lì da <em>piedi</em> che vacillano, forse presto invitati ad ancorarsi ben a terra per sentirsi nuovamente sostegni veri di una fisicità concreta.<br />
Ma la parola è “verbo” difficile qui.<br />
Appare struggente quell&#8217;invito al “dire” come ardua emissione che si leva e lancia un invito accorato uscendo da un involucro ormai ibernato, chiedendo a se stesso e al corpo insieme: <em>prova, puoi smuovere, puoi alzare, prendi in mano</em>&#8230; Difficile distinguere se siano imperativi o esortativi più lievi, di fatto importa che conservino la forza commovente di implorazioni espresse.<br />
Straordinariamente la parola diviene qui, proprio perché così generata dal corpo, “referente” e, paradossalmente, “codice” dell’invito-implorazione.<br />
Non conosciamo direttamente però la risposta di questa alterità presente, che immagino sia, per la Dickinson, la sua stessa parola in dialogo con una parte di sé. Per me, in questa rilettura, una parola-in-relazione con un terapeuta o comunque con chi si prende cura rimanendo in tanta corporeità. Il referente ha comunque risposto, ed il risultato pare qui eccezionale: si è giunti al “qui e ora” della relazione, che ha permesso la “parola del corpo”, dove paradossalmente non si avverte neanche il bisogno di parlare di un noi, delle due figure, ma solo di quello sfondo che &#8220;gloriosamente&#8221; è la realtà e che solo un corpo “scongelato” può cogliere ora! “Ora” si avverte il ronzio di una <em>mosca pigra</em>, il calore del sole che macchia il vetro (per caso sporco? sottesa la metafora della <em>casalinga indolente</em>), lo splendido accorgersi che la casa non è perfetta, mentre prima le dita non avrebbero più usato il ditale&#8230; E infine “qui” il vedere una <em>ragnatela</em> dal soffitto, fiera, strano aggettivo per una ragnatela che si stende tra i disegni (<em>margherite</em>) della trama da cui è formata: la ragnatela, forse, come proiezione di un nuovo ordine interiore, in cui potersi &#8220;stendere fieri&#8221;?<br />
Ecco ridate al corpo una nuova possibilità di parola piena, dignità e fierezza, ecco prati di margherite al posto di cerniere serrate, ecco bocche fiorite!</p>
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		<title>La casa dei doganieri</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/la-casa-dei-doganieri/</link>
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		<pubDate>Sun, 29 Mar 2015 15:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Amarilli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;L&#8217;intenzionalità…&#8221; (post del Blog GTK, 22 novembre 2014) […] Se il terapeuta avesse letto gestalticamente il gesto della paziente come asimmetrico (il contesto lo richiedeva), &#8230;</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;<strong>L&#8217;intenzionalità</strong>…&#8221; (post del Blog GTK, 22 novembre 2014)</p>
<p>[…] Se il terapeuta avesse letto gestalticamente il gesto della paziente come asimmetrico (il contesto lo richiedeva), l’avrebbe eventualmente accolto e ricambiato: in un contesto asimmetrico – come quello della terapia e dell’ipnosi – l’abbraccio della paziente esprime infatti unicamente il tentativo, forse maldestro, di un contatto fisico affettuoso con un uomo che si sta prendendo cura di lei e non ha (e non può avere) intenzionalità seduttive paritarie. Nel contesto non-paritario, infatti, la seduttività rappresenta – ne è riprova la ‘sindrome di Stoccolma’ – uno dei tanti modi di proteggersi dalla paura e dal rifiuto di chi sta in posizione up. Il terapeuta che attribuisse intenzionalità erotico-paritaria ad una paziente mostrerebbe un preciso disturbo nella propria funzione-Personalità del Sé, in quanto si collocherebbe in un altro contesto (quello del partner paritario). Paradossalmente, se l’abbraccio della paziente, come sostiene la GT, fosse stato accolto in modo asimmetrico ed eventualmente corrisposto, la terapia avrebbe (finalmente!) compiuto un progresso notevole. Per la GT compito della terapia è portare a compimento le interruzioni dei vissuti corporeo-relazionali che creano il disagio psichico: la paziente accolta avrebbe imboccato la strada del completamento di un gesto relazionale che, a suo tempo interrotto, aveva poi creato non pochi disagi psichici e relazionali, poiché quella paziente – è bene ricordarlo – non voleva abbracciare il padre, ma proprio il terapeuta, e cioè quell’uomo che in quel preciso contesto si stava prendendo cura di lei ‘paternamente’.<br />
(<strong>Giovanni Salonia</strong>, <em>La luna è fatta di Formaggio</em>, Il Pozzo di Giacobbe, 2014, pp. 46-47)</p>
<p>&#8220;<strong>La casa dei doganieri</strong>&#8221;</p>
<p><em>Tu non ricordi la casa dei doganieri<br />
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:<br />
desolata t’attende dalla sera<br />
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri<br />
e vi sostò irrequieto.</em></p>
<p>Libeccio sferza da anni le vecchie mura<br />
e il suono del tuo riso non è più lieto:<br />
la bussola va impazzita all’avventura<br />
e il calcolo dei dadi più non torna.<br />
Tu non ricordi; altro tempo frastorna<br />
la tua memoria; un filo s’addipana.</p>
<p>Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana<br />
la casa e in cima al tetto la banderuola<br />
affumicata gira senza pietà.<br />
Ne tengo un capo; ma tu resti sola<br />
né qui respiri nell’oscurità.</p>
<p>Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende<br />
rara la luce della petroliera!<br />
Il varco è qui? (Ripullula il frangente<br />
ancora sulla balza che scoscende &#8230;)<br />
Tu non ricordi la casa di questa<br />
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.<br />
(<strong>Eugenio Montale</strong>, “<em>Le Occasioni</em>”)</p>
<p>Colpisce particolarmente, nel racconto tratto dalla stessa Autobiografia di Freud sopracitata, la definizione di “penosa” data dal grande maestro alla possibile chiarificazione in seguito al gesto di una paziente, definita “una delle più docili”… Già questo potrebbe creare un certo imbarazzo e anche un certo orrore, a tratti gestito. Tutto il quadretto di questo splendido risveglio della paziente e del suo desiderio di abbraccio, subito poi trasformato in un’evitata chiarificazione per la fortunata entrata di una domestica dà sinceramente i brividi… non si può evitare la fatica di quella ragazza che si propaga in chi la ascolta, ancora una volta “docile” in seguito nell’acconsentire che venissero sospese le sedute di ipnosi, dal racconto tanto benefiche ed efficaci, fino a quando non si fosse inserito con buonagrazia di tutti la figura del padre assente, ma “presente”, quale sereno destinatario dell’abbraccio tanto incriminato…<br />
Lungi forse dal riuscire a capire la valenza scientifica di questo episodio così significativo, potremmo fermarci solo ad una immedesimazione con la paziente e alla sua relazione con la figura del terapeuta (qui Freud, direi poco…).<br />
E per farlo si potrebbe riprendere tra le mani La casa dei doganieri di Montale, sicuramente una delle poesie più note de “Le Occasioni”. La lettura, senza dubbio un po’ ardita ma sicuramente spontanea che ne è nata, è però stata profondamente consolante. Se il poeta, l’io parlante, è nell’accostamento con l’episodio Freud stesso, il tu della poesia è la paziente…<br />
Originariamente nella poesia è probabilmente una ragazza, una villeggiante amata da Montale e morta prematuramente, quell’Annetta a cui si rivolge anche in molte altre poesie.<br />
Se poi la poesia è tutta intessuta sul tema del recupero della memoria, potremmo accostare la cura con l’ipnosi (di fatto la terapia) con la vecchia casa dei doganieri da cui esce lo sciame dei pensieri della ragazza, vi sosta e vi esce irrequieto. Riempie di gioia pensare alla terapia come il luogo dell’irrequietezza massima accolta, ma con finestre aperte, una casa vecchia, nel buio, che non ha presunzione di essere sempre casa accogliente al sole… è la casa di ogni tempo, in cui i pensieri entrano ed escono liberi. Freud nel racconto accenna che quella seduta era avvenuta proprio in un giorno in cui “la liberai della sua sofferenza…”, un giorno importante come probabilmente lo scambio (qui poco importante che fosse stato amoroso) tra il poeta e la ragazza, quando erano entrati insieme in quella casa e un contatto profondo era avvenuto tra loro e col luogo stesso, forse lo sfondo ideale di un momento irripetibile…<br />
Inizia qui infatti, nella poesia, un affannoso ed impossibile recupero della memoria attuato dal poeta, punteggiato dai tanti meravigliosi emblemi montaliani: la bussola impazzita, il calcolo dei dadi che non torna, la banderuola affumicata che gira all’impazzata… Forse simboli, a volte, anche della fatica di un terapeuta ad orientarsi nei confronti dello “sciame di pensieri” di un paziente, simboli da gestire nella propria intimità senza dover necessariamente parlare di contro-trasfert, simboli di una ricerca di filo rosso che sempre “si addipana” quando ci si prende cura di qualcuno che è confuso, e se è ancora presente fisicamente in terapia, forse può a tratti sparire interiormente come l’Annetta della poesia…<br />
Il dramma centrale, però, si apre con il “tu resti sola, né qui respiri nell’oscurità”. Al risveglio, all’apice della spinta al confine di contatto, che la paziente sperimenta nel desiderio di abbracciare la figura che “paternamente” si sta occupando di lei, Freud la lascia sola, come forse Montale, spero non troppo ardito pensarlo, lascia sola Annetta non riuscendo a raggiungerla più con la sua memoria capace di eternarla… (siamo ormai molto lontani dal recupero romantico foscoliano e da quella memoria-speranza che eterna nei Sepolcri). Manca, qui, il respiro nel buio, dice il poeta, e manca il respiro forse anche alla paziente rifiutata o “mal abbracciata”… Manca il respiro che forse si poteva donare con un Varco aperto! E se Montale si chiede, quasi disperato, ancora una volta “il Varco è qui?”, quel “frangente ripullula”, cioè Freud doveva capire quanta energia c’era in quell’abbraccio e non l’ha capito . Era quell’abbraccio non un, ma il varco preferenziale per riannodare il filo di cui la paziente, questa volta, tiene ancora il capo, il filo dei suoi gesti relazionali “interrotti”… E non serve un padre invadente evocato, né tantomeno confondersi ulteriormente scambiando il terapeuta per padre…<br />
Perché quella chiusa, drammatica per Montale “Ed io non so chi va e chi resta”, sarebbe invece stata la grande occasione di Freud, dopo aver ricambiato un vero abbraccio, di capire con chiarezza come lasciar andare il padre della ragazza e come restare lui stesso, sapendo di essere “quell’uomo che in quel preciso contesto si stava prendendo cura di lei paternamente”. Leggendo più oltre rispetto al passo sopra citato si aggiunga: “Dopo avere abbracciato il terapeuta… la paziente avrebbe potuto abbracciare il padre: come un’esperienza altra, sul registro della pienezza e non più su quello dell’integrità”…. Quell’integrità della memoria e del recupero che sfugge a Montale, in quell’orizzonte solo puntato dal faro intermittente della petroliera, però sempre ricercato senza la presunzione di ricostruire un tutto (integrità), ma sempre nell’umiltà di recuperare un capo del filo (pienezza). Il filo di una terapia, il filo di un gesto relazionale riannodato…e pieno!</p>
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		<title>Le tre madri</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/le-tre-madri/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 23:03:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;Le tre madri&#8221; (Fabrizio De Andrè&#8221;) Dalla fantasia spirituale di De Andrè un’immagine nuova di tre strane marie sotto la croce, marie come sinomimo quasi &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;Le tre madri&#8221; (Fabrizio De Andrè&#8221;)<br />
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<p>Dalla fantasia spirituale di De Andrè un’immagine nuova di tre strane marie sotto la croce, marie come sinomimo quasi di “madri” qui…<br />
Veder morire un figlio fa nascere un dialogo crudo, una lauda contemporanea e dissonante senza alcuna rima, un dialogo sull’urgenza dettata da braccia che vogliono accogliere il proprio figlio, come quando era bambino e lo si teneva in braccio.<br />
Le braccia, nel loro spasmo di vuoto a cui non è concesso di staccare il corpo amato dalla croce, suggeriscono le parole stesse di un incontro che ha solo un oggetto, un doppio dolore da affrontare: quel dolore di figlio e la destinazione di una relazione: dove saranno tra poco quei figli? Non certo più tra le loro braccia.</p>
<p><strong>Madre di Tito:</strong><br />
<em>&#8220;Tito, non sei figlio di Dio,</em><br />
<em> ma c&#8217;è chi muore nel dirti addio&#8221;.</em><br />
Questa madre ha ben capito che vicino a suo figlio muore il figlio di Dio, forse ha sentito il loro dialogo… Non sa affatto, e forse non le interesserebbe, di essere la madre del Buon Ladrone, colui che gode per primo della Misericordia infinita. Dolcissima la sua pretesa materna di intrufolarsi ancora nel cuore del figlio, presumibilmente tutto preso dal bagno d’amore e pentimento che vive vicino a Gesù, il suo Salvatore. Sembra ricordargli che lei c’è a dargli un addio quaggiù, nonostante che lui sia solo un uono, non il figlio di Dio… Non vuole disprezzare Maria che lo sta facendo vicino a lei, vuole solo dirgli che un semplice uomo ha già tanta dignità da avere una madre a salutarlo nell’ora estrema…</p>
<p><strong>Madre di Dimaco:</strong><br />
<em>&#8220;Dimaco, ignori chi fu tuo padre,</em><br />
<em> ma più di te muore tua madre&#8221;.</em><br />
E’ addirittura possibile, sembra dire la madre di Dimaco, è addirittura possibile, nell’ora estrema della pena, riscattare la propria storia, quella storia infamante che ha unito madre e figlio?<br />
Lei glielo ricorda, chissà quante volte ne avranno parlato o lui glielo avrà rinfacciato: un padre assente, di cui ignorare anche l’identità! Un figlio povero, senza padre, per mille motivi: figlio di una violenza occasionale, di un abbandono di cui non si può parlare, di un uomo che ha cancellato comunque le sue tracce in ogni modo… Ma, sembra dirgli lei ora, “Se non sono riuscita a darti un padre, questo non mi ha impedito di esserti madre e sappi che ora io muoio più di te”… Questa madre coglie la radice più profonda dello strazio femminile di fronte al dolore di un figlio, quello che prova ogni donna, forse il tentativo più lecito di non interrompere quella fusione che nasce nel ventre: sostituirsi al figlio che soffre, formulare una preghiera che chiede “fai soffrire così me al posto suo”… </p>
<p><strong>Le due madri:</strong><br />
<em>&#8220;Con troppe lacrime piangi, Maria,</em><br />
<em> solo l&#8217;immagine d&#8217;un&#8217;agonia:</em><br />
<em> sai che alla vita, nel terzo giorno,</em><br />
<em> il figlio tuo farà ritorno:</em><br />
<em> lascia noi piangere, un po&#8217; più forte,</em><br />
<em> chi non risorgerà più dalla morte&#8221;.</em><br />
Ma insieme le due madri contano quasi le lacrime di Maria, troppe per una madre che sa che dopo tre giorni suo figlio tornerà, troppe per chi ha di fronte solo l’immagine dell’agonia, non la sua realtà piena di uomo che muore per sempre. Lettura superficiale, lettura suggerita dalla cecità del dolore e dalla non consapevolezza dell’agonia vera di un uomo Dio che muore in croce come gli altri adesso. Il dopo sarà dopo… tre giorni, pochissimo per quelle due madri, un’eternità per Maria che forse si chiede anche quale sarà il suo rapporto con un figlio risorto…</p>
<p><strong>Madre di Gesù:</strong><br />
<em>&#8220;Piango di lui ciò che mi è tolto,</em><br />
<em> le braccia magre, la fronte, il volto,</em><br />
<em> ogni sua vita che vive ancora,</em><br />
<em> che vedo spegnersi ora per ora.</em></p>
<p><em>Figlio nel sangue, figlio nel cuore,</em><br />
<em> e chi ti chiama &#8211; Nostro Signore -,</em><br />
<em> nella fatica del tuo sorriso</em><br />
<em> cerca un ritaglio di Paradiso.</em></p>
<p><em>Per me sei figlio, vita morente,</em><br />
<em> ti portò cieco questo mio ventre,</em><br />
<em> come nel grembo, e adesso in croce,</em><br />
<em> ti chiama amore questa mia voce.</em></p>
<p><em>Non fossi stato figlio di Dio</em><br />
<em> t&#8217;avrei ancora per figlio mio&#8221;.</em><br />
E Maria risponde, con gentile fermezza, non raccoglie quel duro accento, risponde con la lucidità e la concretezza di un’anima che riposa da sempre in un fiat… lungo allenamento a spade che trafiggono l’anima, ad aspettare il tempo di una presentazione decisa da altri, a perdere il figlio in una carovana, a vederlo disprezzato dopo un miracolo o dopo una carezza ad un uomo o una donna che soffrono… Maria sa dove si appoggia il suo “avvenga di me…”, e risponde alle donne “piango di lui…” descrivendone la fisicità sconvolta dalla vita che lo lascia.<br />
Solo dopo si rivolge direttamente al Figlio, in un tu accorato difficile da sostenere… E Maria coglie subito quali sono i due beni che le restano ancora di Lui, ancora per poco: il Sangue e il Cuore. Il primo, quel sangue caldo, tra poco le sarà tolto, il secondo intuisce che le resterà, ma non sa come… Non lo sa neanche lei, è questo che non hanno capito di lei le altre due madri. Poco importa, ora sotto quella croce, che anche altri lo vedano un Dio che muore e vogliano carpirgli un sorriso a garanzia del Paradiso…<br />
Ricorda il Sangue, con cui l’ha tessuto e nutrito nel buio del suo ventre, in un buio cieco che si chiede, nel tempo dell’attesa, che volto avrà quel figlio, quale timbro di voce, quale sguardo sorridente nel colore degli occhi, quale risata sommessa o sonora, quale occasione per scoppiare a ridere o per trovare motivo di piangere, quale motivo per arrabbiarsi istantaneamente o quale carezza capace di calmarlo subito… Questo si chiede il ventre cieco di ogni madre per nove mesi, Maria sembra capire che il suo chiedeva molto di più: con quale Amore avrebbe spartito quel Figlio che aveva seme divino… ?E stare sotto la croce ora per lei diviene un nuovo grembo, dove chiamarlo Amore…<br />
C’è ancora bisogno di chiamare “amore” un figlio, ancora per poco, ancora mentre un lembo di vita resiste, per parlare a un uomo vivo che possa continuare a sentire… Amore, amore, amore… come una ninna ninna, amore come carezza che serve a entrambi, amore come una mano che sistema i capelli scomposti di un bambino quando si ferma dopo la concitazione del gioco, amore come asciugare qualche goccia di sangue uscita da un ginocchio sbucciato cadendo, amore come il cibo preparato con cura in lunghe ore di solitudine che pensano solo al ritorno della sera, amore come il silenzio di una tenda tirata per prolungare il riposo di un figlio stanco che sta dormendo…<br />
Amore, amore, amore… che traghetta Maria, umanissima, a chiedersi se quel figlio non fosse stato figlio di Dio, come sarebbe andata… E ne sgorga un’espressione popolare “t’avrei ancora per figlio mio”, PER figlio mio, quel PER indica un COME già consapevole che suo Figlio era passato attraverso di lei, ma è COME figlio suo, non è solo figlio suo… A Maria rimane l’IN, Maria dopo tre giorni potrà finalmente riposare nella pace del Risorto come ogni altro uomo, diversa da tutti perché spetterà a lei prendere gli altri per mano e condurli a quella calma trovata.<br />
Saranno proprio quelle altre due madri ad essere condotte per prime nella nuova dimora? Non lo sappiamo, siamo certi solo che Maria lo farà… Approdata ad un IN che in questo momento la sua umanità provata si sta guadagnando col coraggio di staccarsi da un PER: “ PER FIGLIO MIO”!</p>
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		<title>Abisag</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/abisag/</link>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 22:59:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Giaceva. I servi avevano legato le sue braccia infantili sul corpo del vegliardo: giaceva su di lui lunghe, dolci ore, un po&#8217; paurosa della sua &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Giaceva. I servi avevano legato</em><br />
<em> le sue braccia infantili sul corpo del vegliardo:</em><br />
<em> giaceva su di lui lunghe, dolci ore,</em><br />
<em> un po&#8217; paurosa della sua vecchiaia.</em></p>
<p><em>E a tratti se strideva una civetta,</em><br />
<em> nella sua barba ella celava il viso,</em><br />
<em> e intorno a lei tutto ciò che era notte,</em><br />
<em> desiderio e paura, si addensava.</em></p>
<p><em>Tremavano simili a lei le stelle,</em><br />
<em> s&#8217;aggirava un profumo per la camera,</em><br />
<em> lo sbatter della tenda dava un segno</em><br />
<em> e tacito il suo sguardo lo seguiva.</em></p>
<p><em>ma si teneva stretta al vecchio oscuro</em><br />
<em> e, non raggiunta dalla notte delle notti,</em><br />
<em> giaceva su quel corpo regale che gelava,</em><br />
<em> vergine e leggera come un&#8217;anima&#8230;</em></p>
<p><em>(di quest’ultima quartina ho trovato un’altra traduzione in cui forse mi ritrovo di più:</em><br />
<em> Ma, rimanendo al fosco Veglio avvinta</em><br />
<em> &#8211; e dalla Notte delle notti, immune -</em><br />
<em> su quel regale raggelarsi, inerte,</em><br />
<em> stesa giacea. Virginalmente lieve:</em><br />
<em> spirito senza corpo, anima esangue.)</em></p>
<p>Rainer Maria Rilke</p>
<hr />
<p><em>Giaceva. I servi avevano legato</em><br />
<em> le sue braccia infantili sul corpo del vegliardo:</em><br />
<em> giaceva su di lui lunghe, dolci ore,</em><br />
<em> un po&#8217; paurosa della sua vecchiaia.</em></p>
<p>Ci sono ore che mi legano al passato, come servi che mi tengano le braccia e forzatamente mi leghino alla spiacevolezza di un corpo passato, un corpo che porta scritto il peso di tradimenti e troppi strapazzi. D’altronde questa bambina è stata chiamata per svolgere un arduo compito, scaldare il corpo del vecchio re, scaldarlo, non sedurlo, trasmettergli il calore di giovinezza che un corpo di vecchio non può più generare. E’ come se un passato pesante e pieno di ferite chiedesse alla giovinezza del presente di risignificarlo, di ridargli nuova linfa… E dato che occorre infinito coraggio, servono servi che leghino a uno sguardo che forse non si vuole orientare…. Mi sono chiesta a lungo perché le ore sul corpo del vecchio siano “lunghe” e “dolci” … forse perché il passato si può rivisitare solo così, con tanto tempo a disposizione e una dolcezza spremuta dalla voglia agrodolce di accogliersi ancora e di riprendersi qualcosa di buono… Ma quel corpo è “vecchio”, ha troppa storia addosso, troppi rimandi, troppe rughe da solcare e risolcare…<br />
C’è paura, tremore, trepidazione nel ripescare quel bagaglio antico, in piega dolce da ripianare.</p>
<p><em>E a tratti se strideva una civetta,</em><br />
<em> nella sua barba ella celava il viso,</em><br />
<em> e intorno a lei tutto ciò che era notte,</em><br />
<em> desiderio e paura, si addensava.</em></p>
<p>Strano, per quanta paura abbia la “mia” bambina riesce a tratti a rifugiarsi nella barba del suo vecchio, perché lui solo è la sua storia, tutto quello che le rimane, i suoi ricordi dolorosi e cari… ha solo quelli, che sono quella barba che le ha strapazzato la pelle morbida delle sue guance di bimba in coccole rudi… E lì si rifugia quando un pericolo giunge da fuori, un grido di rapaci per i quali non è pronta e forse non lo sarebbe mai stata. I rapaci sarebbero arrivati e quella barba aveva solo l’illusione di rifugio per il suo viso… perché tutto avveniva di notte, luogo in cui si addensavano desiderio e paura…<br />
Desiderio di rimanere figlia, di rimanere nel giusto fino a quando la paura ridiventava succo denso… Ma il corpo di vecchio si ripresenta nelle sue notti ora, ancora dense tanto da toglierle il respiro e ogni contatto.. Le notti dense perdono le membra, le intorpidiscono piano come un veleno lento che si desidera come un farmaco che tolga sensibilità e dolore, quel dolore continuo e lancinante, che spacca i tessuti come ulcere invisibili e profonde… Denso, plumbeo il dolore come quel buio senza ritorno che mi traghetta a paralisi nuove, un abbondono disancorato di queste ore dentro le quali non ho una vita…</p>
<p><em>Tremavano simili a lei le stelle,</em><br />
<em> s&#8217;aggirava un profumo per la camera,</em><br />
<em> lo sbatter della tenda dava un segno</em><br />
<em> e tacito il suo sguardo lo seguiva.</em></p>
<p>Ho bisogno che tremino anche le stelle al mio fianco, in quel torpore c’è bisogno disperatamente di una compagnia, vorrei sentire profumi che mi richiamino indietro, al luogo da cui sono partita, ho bisogno che accada qualcosa, anche banale come una tenda che sbatte o un vetro che non chiude bene, solo per un aggancio, per riuscire a muoversi a sistemarlo, e provare fastidio per qualcosa fuori a cui porre rimedio. Ma il torpore blocca, la tenda sbatte e tu non la puoi sistemare, sbatte la porta e tu non ti puoi alzare, senti un profumo e tu non lo puoi trattenere… poi finalmente riesci a muovere almeno lo sguardo, a muoverti da quel giacere riverso su quel corpo, il passato ha vinto oppure ho vinto io? Io non lo so, ma riesco a muovermi, sento i miei piedi e solco piano la terra nuova e le sue membra che riconosco…</p>
<p><em>ma si teneva stretta al vecchio oscuro</em><br />
<em> e, non raggiunta dalla notte delle notti,</em><br />
<em> giaceva su quel corpo regale che gelava,</em><br />
<em> vergine e leggera come un&#8217;anima&#8230;</em></p>
<p>Appoggio i piedi ma sempre avvinta al “vecchio oscuro”… Non si può diventare totalmente familiari di quel vecchio, che rimane oscuro come le molte ombre del mio passato, ma avvinta, mi ritrovo abbracciata come all’inizio quando ho scelto di giacere su di lui, prima che sprofondassi nel mio deliquio dal ritorno arduo, e mi ricordo bene perché ci sono: sciogliere il gelo… Il corpo regale gela, il passato è un regno di ghiaccio se non lo scaldo un po’ col mio ricordo pietoso e ne vedo anche i contorni caldi, non solo ombre, non solo fantasmi, non solo sfregi ma qualche fuoco, le luci accese di una stanza, un odore di cibo caldo servito da una mano di carezza… Il ghiaccio, io lo scaldo, strofino forte le sue membra di vicenda atroce e lo accarezzo, perché lo so… anche ora non giungerà la Notte delle notti, so che questa mia ulteriore terribile notte non mi traghetta all’unica Notte, so che sopravviverò ancora insieme a quel mio corpo che mi accompagna…<br />
Ma mi sento soprattutto “anima”, lo sforzo è troppo intenso, il corpo mi è servito per riaffiorare, ma ora spetta all’anima trovare la sua via “esangue” che ricominci un viaggio lieve verso il mio corpo che ha una storia fatta di freddo e di penombra. E questo lo si compie raggomitolandomi tutta, come quella bimba che vuole alzarsi dopo il suo tempo di dorso chiuso sopra a una scia di stelle tremule.</p>
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		<title>Urìa, o del senso di colpa</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 22:54:39 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>(Davide) Ah, se il re mi ordinasse di apparirgli davanti di nuovo: il peso della sua tristezza spremerebbe canti come lenti oli dorati dal frutto &#8230;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>(Davide)</p>
<p><em>Ah, se il re mi ordinasse di apparirgli davanti</em><br />
<em> di nuovo: il peso della sua tristezza</em><br />
<em> spremerebbe canti come lenti</em><br />
<em> oli dorati dal frutto caduto</em><br />
<em> del mio tempo trascorso.</em><br />
<em> O vorrei stargli ancora a fianco e porgergli</em><br />
<em> la spada per il combattimento,</em><br />
<em> ma restando un po’ indietro, io più leggero,</em><br />
<em> nello splendore pieno</em><br />
<em> della fitta battaglia.</em><br />
<em> O ancora: sognare che mi mandi</em><br />
<em> all’ultimo confine del reame</em><br />
<em> per prelevare dall’harem</em><br />
<em> del più remoto sceicco una schiava.</em><br />
<em> E per notti stellate vorrei</em><br />
<em> sul cammello regalmente bardato portare,</em><br />
<em> quasi incorporea l’anima di lei,</em><br />
<em> su suo comando.</em></p>
<p style="padding-left: 120px;">Rainer Maria Rilke, Parigi estate 1909</p>
<hr />
<p><em>Ah, se il re mi ordinasse di apparirgli davanti</em><br />
<em> di nuovo:</em><br />
E’ un Uria strano, quello che si incarna come nel dormiveglia tormentato di Davide, è un Uria incarnazione del suo senso di colpa, che torna a vivere in un inutile desiderio di auto emendazione, nel vano tentativo di riscrivere una storia di colpa e dolore. E così Uria, evocato nell’affanno, appare nuovamente al cospetto del suo Re.<br />
<em>il peso della sua tristezza</em><br />
<em> spremerebbe canti come lenti</em><br />
<em> oli dorati dal frutto caduto</em><br />
<em> del mio tempo trascorso.</em><br />
E Uria la vittima si preoccupa di lenire la tristezza del suo Re che sa comporre meravigliose melodie sulla Cetra, un re che spreme il canto come il succo oleoso di un frutto troppo maturo che invischia chi non sa più vivere, se non in compagnia dei suoi spettri… E così c’è bisogno che sia Uria a lenirgli la tristezza, a spremergli il vano canto, lui, il Re unto, ha ora bisogno di olio nuovo di consolazione.<br />
<em>O vorrei stargli ancora a fianco e porgergli</em><br />
<em> la spada per il combattimento,</em><br />
Ma Uria è un soldato, non un cortigiano molle da banchetti e danze al suono della cetra, per cui apre nuovi scenari di battaglie e fedeltà sul campo, quel campo dove in verità è stato inviato per una morte decisa e pilotata. In fondo Uria è lo scudiero che, in un meraviglioso ribaltamento, offre la spada ad un re coraggioso e franco che difende i suoi uomini, prima di farsi difendere…<br />
<em>ma restando un po’ indietro, io più leggero,</em><br />
<em> nello splendore pieno</em><br />
<em> della fitta battaglia.</em><br />
Uria sembra saperlo, il suo Re è un uomo grande, bisogna proteggerlo anche alle spalle rimanendo leggeri di armi perché più agili nella battaglia fitta. Invece quel giorno fu deciso che fosse lui in prima fila in quell’attacco, armato di pesante, senza splendore pieno, ma con un destino deciso da una lettera di morte. Ma il re, nel suo recupero, lo vede indietro nelle fila, quasi disarmato, al riparo dalle prime frecce…<br />
Se Uria non morisse… se non fosse in prima fila, se quella lettera non ne segnasse il passo dentro ad uno splendore pieno, quello della sua donna</p>
<p><em>Bella…</em><br />
<em> O ancora: sognare che mi mandi</em><br />
<em> all’ultimo confine del reame</em><br />
<em> per prelevare dall’harem</em><br />
<em> del più remoto sceicco una schiava.</em><br />
Altro compito si prende Uria, quello del Vassallo che va a recuperare una donna remota per il suo Signore… Meraviglioso il suo sognare che questo avvenga: il Re, che ormai non può più null, immagina il piacere del suo soldato nel farlo felice, nel pregustare la sua gioia quando gli porterà una schiava bella e sottomessa.<br />
Non sa il povero Uria che quel gesto l’ha fatto veramente, gli ha lasciato la sua sposa… E’ il suo talamo l’harem da cui inconsapevolmente ha prelevato una donna al suo signore… Davide vacilla, si macera nella sua colpa, vi impazzisce dentro: ha bisogno della gioia di Uria nel consegnargli una schiava qualunque, ha bisogno di vederlo felice mentre gli porta una donna per il suo piacere…<br />
<em>E per notti stellate vorrei</em><br />
<em> sul cammello regalmente bardato portare,</em><br />
<em> quasi incorporea l’anima di lei,</em><br />
<em> su suo comando.</em><br />
E per amore del Re Uria, l’ittita, diviene Eunuco, eunuco per il Regno, il Regno di un Re ingiusto.<br />
Davide capisce che ha bisogno di nutrirsi di quella lunga cavalcata di rispetto lungo notti stellate, in cui lo scudiero vegli sulla nuova donna del re e non la sfiori… Solo custodia per la donna del Re, e su quel cammello Uria l’Ittita carica un’anima, non vede più il corpo di lei… In quale bagno, lo stesso bagno di Betsabea, Uria ha lasciato il corpo di quella donna perché non lo seduca? Un’anima incorporea, aveva un’anima incorporea, la donna che mi ha portato il mio Uria, forse è stato aiutato da questo… In ogni caso lui c’è riuscito a custodirla intatta su mio comando… Su mio comando, che suono sinistro queste parole in questa notte dove io so di non aver rispettato la sua di donna… Notti stellate in cui un guerriero è divenuto Eunuco per il Mio Regno… Un Regno ingiusto, ma lui non lo sapeva….</p>
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		<title>Canto delle donne al poeta</title>
		<link>https://www.amarilli.eu/canto-delle-donne-al-poeta/</link>
		<comments>https://www.amarilli.eu/canto-delle-donne-al-poeta/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 08 Feb 2015 21:55:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Commenti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Canto delle donne al poeta Siamo come ogni cosa che si schiude, e nient’altro che questa beatitudine. Ciò ch’era sangue e buio in una belva &#8230;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu/canto-delle-donne-al-poeta/">Canto delle donne al poeta</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.amarilli.eu">Amarilli</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h2>Canto delle donne al poeta</h2>
<p><em>Siamo come ogni cosa che si schiude,</em><br />
<em> e nient’altro che questa beatitudine.</em><br />
<em>Ciò ch’era sangue e buio in una belva</em><br />
<em> crebbe in noi per farsi anima</em><br />
<em>e si tende</em><br />
<em> ancora a te, fatta anima, e ti chiama.</em><br />
<em>Tu, certo, la ricevi nel tuo viso</em><br />
<em> come un paesaggio, mite e senza brama.</em><br />
<em>Perciò crediamo non sia tu cui mira</em><br />
<em> il nostro grido.</em><br />
<em>Eppure, in chi vorremmo</em><br />
<em> se non in te, perderci senza fine?</em><br />
<em> In chi, più che in te, cresce il nostro essere?</em><br />
<em>L’infinito con noi passa e si perde.</em><br />
<em>Sii tu la bocca che ce lo fa udire,</em><br />
<em> tu sii: tu che di noi dici l’essenza.</em></p>
<p>(Rainer Maria Rilke)</p>
<hr />
<p><em>Siamo come ogni cosa che si schiude,</em><br />
<em> e nient’altro che questa beatitudine.</em><br />
&#8220;Siamo&#8221;: è un femminino che parla e si rivolge al Poeta, tante donne insieme oppure tanti aspetti del femminile in un&#8217;unica donna&#8230; per me è così: le tante donne che sento in me, che spingono, litigano, prendono il tè chiaccherando pacificate, si consolano a vicenda, si amano in maniera sbagliata, si difendono dal maschile, lo comprendono insieme, ognuna per il suo pezzo di esperienza, si aiutano&#8230; tutto porta a &#8220;schiudersi&#8221;, ad aprirsi meravigliosamente e in questo si sperimenta l&#8217;unica “beatitudine” possibile: trovare un modo di uscire e il balsamo di sentirsi in grado di schiudersi&#8230;</p>
<p><em>Ciò ch’era sangue e buio in una belva</em><br />
<em> crebbe in noi per farsi anima</em><br />
E&#8217; difficile rimanere uomini, qui donne&#8230; partire da quell&#8217;istinto di &#8220;sangue e buio&#8221; che spesso si trasforma in &#8220;belva&#8221; di bisogno dentro di noi, urgenza di bisogno che, se non viene soddisfatto, vuole uccidere, per l&#8217;esattezza &#8220;uccidersi&#8221;, cioè distruggere una parte di sé&#8230; come tante tentazioni interiori di autodistruzione&#8230; E&#8217; la belva che cerca sangue, e che vive al buio, per citarla nuovamente&#8230;Quanta pazienza per avvicinarla, addomesticarla ogni volta, parlarle piano e indurla a non chiedere tributi cruenti&#8230; così nasce “l&#8217;anima” in noi, nasce l&#8217;anima della maturità che considera l&#8217;autodistruzione infantile, prima ancora che inutile&#8230; perché l&#8217;anima nasce per &#8220;tendersi&#8221; verso la Vita, l&#8217;Altro&#8230;diversamente il Sangue e il Buio che esistono per ripiegarsi soli, se assecondati in modo improprio.</p>
<p><em>e si tende</em><br />
<em> ancora a te, fatta anima, e ti chiama.</em><br />
L&#8217;anima si tende al Poeta, meraviglioso quell&#8217; “ancora”&#8230; Non se ne era affatto parlato prima dell’eventualità che l&#8217;anima si offrisse al poeta&#8230; Invece sì, questo è un gesto interno, profondamente reiterato perché connaturato alla nascita stessa dell&#8217;anima, la quale sembra nasca per consegnarsi&#8230; quindi serve un &#8220;ancora a te&#8221;, ovvio complemento di luogo o forse “di termine interno”, nuova forma sintattica di un “darsi a” sottinteso&#8230; Rilke sembra inventarlo un complemento di termine &#8220;interno&#8221;&#8230; grammaticalmente geniale&#8230; E così la nostra anima si tende, “chiamando”, e lo sforzo muscolare si confonde con quello sonoro&#8230; una figura retorica, una contaminazione tra piani diversi: sforzo e voce!</p>
<p><em>Tu, certo, la ricevi nel tuo viso</em><br />
<em> come un paesaggio, mite e senza brama.</em><br />
Difficile, a volte, da sostenere per l&#8217;anima il &#8220;non paritario&#8221; del Poeta, presentissimo a questo dialogo e contatto. C&#8217;è qui la certezza che il poeta la accolga e riceva&#8230; ma l&#8217;accoglie dapprima nel viso, colpo di scena degno di un genio a mio avviso, non nel cuore o nella mente.<br />
Così la trasforma in &#8220;paesaggio&#8221;, colline, fiumi, valli, nuvolette e tempo atmosferico sereno, un paesaggio ameno&#8230; perché è “mite e senza brama”. Il poeta non vuole impossessarsi di quell&#8217;anima, paradossalmente non ne ha bisogno, rimarrebbe poeta anche se quell&#8217;anima non si consegnasse a lui, che comunque ne gode divenendo natura pacificata&#8230;<br />
Questa è la terapia, per me, questo è il non paritario dell&#8217;accompagnamento spirituale, a volte doloroso e bellissimo per l&#8217;anima del paziente o del “figlio spirituale”, una parola antica e forse fuori tempo&#8230; Guai a quel paesaggio che si turba con nuvole, temporali, o soli eccessivi, burroni, deserti o orridi&#8230; sarebbe sforamento, confusione fatale e compromissione per entrambi&#8230;</p>
<p><em>Perciò crediamo non sia tu cui mira</em><br />
<em> il nostro grido.</em><br />
Questo permette all&#8217;anima di capirsi fino in fondo: un accompagnamento spirituale o una terapia “apprendono” da quel paesaggio così chiaro il fatto di doverlo percorrere come landa di transizione verso un altro lido definitivo&#8230; E&#8217; un po&#8217; la Terra di Mezzo di Tolkien dove l&#8217;uomo si perde e si ritrova, ed è abitata dai &#8220;mezzi uomini&#8221;&#8230; Tolkien è un grande&#8230; L&#8217;anima vuole tanto bene al suo Poeta da crederlo definitivo a tratti, è un bisogno crederlo&#8230; ma il grido ha “mire” di infinito&#8230; il Grido è il Ritorno al Padre.</p>
<p><em>Eppure, in chi vorremmo</em><br />
<em> se non in te, perderci senza fine?</em><br />
<em> In chi, più che in te, cresce il nostro essere?</em><br />
C&#8217;è un luogo, quel paesaggio, dove la Provvidenza , spesso la Provvida Sventura per dirla col Manzoni, ci permette di esercitarci con l&#8217;Infinito, ed è la terra garante del poeta dove è lecito stare, perdersi, &#8220;senza fine&#8221;&#8230; il &#8220;senza fine&#8221; concesso quaggiù, che verrà nobilitato anche lassù, ne sono certa&#8230; E&#8217; la domanda costante che l’anima rivolge ansiosa come una bambina: “è per sempre tra noi vero?” Fino allo sgorgare di una generosa risposta: &#8220;La terapia e l&#8217;accompagnamento&#8230; un amore per sempre!.. Non so dove io l’abbia letto stamattina&#8230;” sussurra il Poeta che rimane, giustamente, paesaggio &#8220;senza brama&#8221;&#8230; deve trovare sempre la citazione giusta solo chi ha costante l&#8217;ansia di non perdersi, e di non staccarsi, come la nostra anima in questione.</p>
<p><em>L’infinito con noi passa e si perde.</em><br />
E&#8217; proprio vero, Rilke lo sa, lo ribadisce ancora&#8230; L&#8217;anima ha di nuovo perso il suo aggancio verso “l&#8217;Infinito”, e a volte, spesso, dimentica che il Suo cuore è inquieto finchè non riposa in Lui, come direbbe Agostino. Ma possiamo stare tranquilli, c&#8217;è il poeta a ricordarlo e l&#8217;anima glielo chiede in un suo sprazzo di lucidità, quando si placa quel bisogno affettivo con le sue impellenze tedianti e ripetitive, e si apre il desiderio maestro di libertà! Non ce la fa sempre, la nostra anima, a trattare direttamente con l’Infinito, lo perde a tratti… ma il poeta lo sa!</p>
<p><em>Sii tu la bocca che ce lo fa udire,</em><br />
<em> tu sii: tu che di noi dici l’essenza.</em><br />
Il poeta sarà “bocca”, profeta di infinito, in quel chiasmo di esortativi e imperativi che giocano intensi sul rispecchiamento, questa volta concesso anche nella non paritarietà (sii tu&#8230; Tu sii&#8230;): l&#8217;anima deve capire se esortare, supplicare o comandare al suo Poeta caro&#8230; E da quando lo decide, tutto le è concesso… in quell&#8217;intimità tra loro in cui gli svela piano, e nuovamente, che solo lui, il poeta, dice la sua essenza. E il cerchio qui si chiude: di nuovo la Piccola Anima, insegna di germe divino, nasce e si consegna &#8220;fatta anima&#8221;, come ai versi, primi, del sonetto</p>
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